Presuntuosità

Panino prosciutto e mozzarella

Piccolo supermercato con reparto salumeria. Entro e ordino due panini da mangiare a pranzo, quelli che a Napoli chiamiamo marenne. Oddio, le marenne di solito hanno una consistenza e una statura triple rispetto a quelle che ho ordinato, ma non sottilizziamo.

– Due panini, per favore.
– Come li vuole?
– Prosciutto e mozzarella.
– Va sul classico, allora.
– Sì, sul classico. E mi raccomando, mia moglie è cliente fissa, fatemi fare una bella figura.

(No, non è un voi partenopeo, i salumieri sono proprio due).

– Una bella figura? Sentite, voi, come li fate li fate, sempre avrete sbagliato.
– No, io… – titubo poi mi arrendo – sì, avete ragione…
– Voi li potevate chiedere pure mortadella ed emmenthal, sempre poi trovate la signora con la puzza sotto al naso…
– Eh… – felice di fronte a fratelli ritrovati – ma perché, pure voi?…
– Eggià, pensavate di essere il solo? Presuntuoso!

Solidarietà maschile di fronte all’ineluttabile disparità dei sessi.

La leggenda dell’amata al di là del fiume

Occhiali rotti

C’era una volta un re indiano che si deliziava nel guardare la sua amata al di là del fiume. Ma era miope, e col tempo la miopia peggiorò fino a rubare la luce dei suoi occhi: dov’era la sua amata, che faceva, come avrebbe potuto vivere senza ammirarla? Giorno dopo giorno l’amata divenne sempre più sfocata, evanescente, fino a trasformarsi in un ricordo lontano. Poi, nulla più. Gli anni passarono nel più completo oblio, fino quando non arrivò a corte un mago trovarobe cantastorie che regalò al re uno specchio. Un piccolo specchio che, appeso al muro, gli permise di mettere di nuovo a fuoco l’amata volgendo le spalle al fiume. Fu grande lo stupore nel ritrovarla vecchia, cadente e con in mano un cartello: “STRUNZ!”, che in antica lingua sanscrita significa: “A saperlo, te l’avrei regalato io!”

Morale: quando si rompe un paio occhiali, spegnete il PC e non scrivete storie senza né capo né coda.

Circumvesumanità, appunti

Circumvesuviana

Quarant’anni con la faccia a cinese, occhiaie profonde, capelli brizzolati tenuti alti da un paio di Lozza color rame brunito. Camicia hawaiana a fiori grandi rosa sotto un giubbino in pelle nera con zip bianche. Anche i pantaloni inneggiano al bianco, pallido, così come le scarpe da ginnastica alte e demodé. La pesante catena al collo a doppio giro con anellone non gli pesa sul collo dritto, né la borchia alla old West, enorme, sulla cintura marron. È seduto, tra le gambe una busta gialla da boutique, la mano a reggere un mento pensoso, quasi a grattare i pensieri che affiorano dalla barba aspra della sera. Dalla busta caccia un plico di fogli A4 spillati, un copione? È attore o regista? No, scrittore. Prende appunti, anche lui come me, e forse proprio su di me. Mi fermo improvvisamente, ho un cannocchiale puntato sulla mia galassia e faccio ciao ciao con la manina. Poi torno a leggere gli altri viaggiatori della sera.

La domenica pomeriggio

La domenica pomeriggio apre le porte a un mondo altro. È come se le persone che si chiamano normali fossero tutte rinchiuse nei loro fortini. M’inquieta un po’, a dire il vero, camminare per strade vuote e aspettare treni mescolandomi con i pochi assedianti. Ma tra l’ubriaco che dorme sulla panchina e l’uomo sconvolto con giacca a quadri e cappello vedo due donne sorridere. Una è seduta su un muretto e indossa una busta nera, di quelle per la spazzatura indifferenziata; l’altra è in piedi, dietro, e manovra con grazie veloce di pettine e forbici. Un salone di parrucchiera a due passi dalla solitudine. Due donne che chiacchierano parole a me sconosciute ma che so parlare di vita. Sì, la domenica pomeriggio apre le porte a un mondo altro. Forse dovremmo farci coraggio e sporgere la testa nel varco, annusare l’aria e scoprire che c’è ossigeno a sufficienza per tutti.

A las cinco de la mañana

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Remo Parise – L’uomo in frack – olio su tela 50×70 — 1980

Non c’è nulla di nobile, o di straordinario, nel passeggiare alle cinque del mattino. E nemmeno di bello. Anzi, spesso ha a che fare con la sostanza stessa della vita, quella fatta di sangue e merda, per intenderci. Trovi uno scopatore che ti offre un buongiorno severo, perché è così che si fa quando si incontra un uomo nel nulla. Fossimo stati in ascensore avremmo guardato la tabella del numero max di persone, ma per strada no. Per strada ti guardi negli occhi e capisci: io conosco lui per quello che fa, a lui basta uno sguardo per capire che sto facendo io. Null’altro. Solo cartacce intorno, e bottiglie vuote, e un mulinello di vento a sparigliare. Un’auto accesa che aspetta una signora, più varie ed eventuali che corrono verso l’autostrada a cercare un perché. Poi ci sono due alieni in bicicletta fermi all’incrocio, con casco e tuta di Desigual o di un altro spacciatore di colori. Parlottano di prostata e sesso della mezza età, e io vorrei fermarmi, lì con loro, fermarmi un minuto per evitare quel che devo e magari sfogarmi anch’io, ma scappo per non farmi contagiare. E poi preferisco il nero. A destra c’è un’auto in seconda fila e un attacchino che spalma colla sul muro della scuola. Sorrido al ricordo dell’unico attacchino di un tempo, un omino magrissimo e dai baffi sottili che tutti chiamavamo Manifesto. L’ultima volta lo vidi in una camera d’ospedale insieme a mio nonno, era il 1985. Un secolo, praticamente. Un’era geologica senza telefonini e ancora poca tv. Ancora due passi e in un vicolo scorgo Enzo, il mio fruttivendolo, che con il figlio già scarica e sistema cassette. Non lo saluto, che potrei dirgli. Dovrei anche urlare, è sordo come una campana. No, non è il caso. E poi sono arrivato. Premo un campanello, e dopo un minuto una signora dormivegliente apre uno sportellino. Io consegno due fogli assieme a un biglietto da cinquanta; lei, di contro, una bustina con due pacchetti e il resto. Scambiamo solo due parole, il minimo indispensabile, manco dovessimo da lì a poco affrontare una giornata. Poi la campana ci ricorda che sì, da lì a poco parte davvero una giornata, e ci salutiamo. Io giro i tacchi (è un modo di dire, con queste scarpe in gomma che vuoi girare) e vado, lei chiude lo sportellino e torna sul materasso per terra, quello che ho intravisto prima e che ha sommato tristezza a tristezza. Manca mezz’ora alle sei. Mi metto a letto come sto, gli occhi chiusi a pensare, a condividere col cuore che tutto sommato va bene così. Che tutto sommato potrebbe andar meglio a Disneyland ma dovrei sopportare Topolino. Che in fondo in fondo c’è sempre il profumo di mare a Calata San Marco, e il sole che si affaccia dietro la Stazione marittima, a propormi un’altra giornata, a ricordarmi quel po’ di bellezza che ci tiene attaccati alla vita.
La vita è bella, amici miei. E buongiorno a tutti voi.

Un ventaglio val bene una messa

Da qualche anno vado a messa con mio padre. Procediamo piano, sottobraccio, ci strascichiamo fino a una rettoria dove una piccola comunità si ritrova ogni domenica alle 9,30. C’è il prete cinquantenne, apocalittico e non integrato, un inviato dall’Antico testamento dai modi spicci epperò sornioni e simpatici; c’è il suonatore d’organo ventenne, placido e tenorile; e poi tanti vecchietti dai settanta in su, compresa la Madre superiora della congregazione proprietaria della chiesa. I più giovani siamo il tenore, il prete ed io.

Ogni comunità ha bisogno di riti che la cementino, che la qualifichino come tale. Oltre la messa, l’ovvia e necessaria ragione della sua esistenza, ce ne sono piccoli altri. Ognuno ha il suo posto, ovviamente, e ci sono sempre le stesse signore che leggono. Poi i continui innocenti sfottò del prete indirizzati alla Madre superiora durante l’omelia o i gesti della signora che raccoglie le offerte. Oggi, per esempio, la signora ha praticamente “tozzoliato” sorridendo un’altra signora abbioccata per sollecitare l’offerta consueta. L’altra signora s’è destata, ha sganciato le mani dal rosario, ha aperto il borsellino, ha deposto le monete nel cestino, ha di nuovo intrecciato il rosario e poi ha continuato il sonnellino. Ma torniamo a noi.
Mio padre ha bisogno di spazio davanti ai piedi, per cui cerchiamo sempre un posto in una fila che non abbia davanti l’inginocchiatoio, e stamattina questo posto l’abbiamo trovato nella prima fila della piccola navata laterale. Un bel posto, con affaccio sulla statua della Madonna e su una teca dedicata alla vendita di oggetti sacri: immaginette, statuine, medagliette. Fa caldo, oggi, e nonostante le mura perimetrali solide e l’apertura di tutte le porte e finestre fa caldo pure in chiesa. Eppure, non passa un filo d’aria. Almeno fino a un certo punto.

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La legge di Eroom

macc-caffe-espresso-extraLa vita si accanisce come uno che sta affogando e annaspa. E ogni movimento, ogni tentativo di salvezza, ogni slancio, ti affonda sempre di più.
Qualche anno fa regalammo ai miei genitori una macchina per caffè espresso. Bella. Comoda. Fa persino un discreto caffè. Ma che ogni tanto mostra segni di cedimento.
È normale, dite? Può darsi. Per me, e sottolineo per me, per quello che costano – sia per il costo, diciamo, d’impianto, che per il costo/caffè – dovrebbero funzionare da qui all’eternità, e preparare un espresso decente sia per Genny ‘a carogna che per James Tiberius Kirk nella data stellare 1277.1.  Ma non ci è dato. In questo fragile mondo siamo capaci di fare cose ancora più fragili, e anche le macchine da caffè espresso non possono ribellarsi alla legge di Eroom.

La legge di Eroom postula: le prestazioni degli elettrodomestici si dimezzano ogni 18 mesi.

In parole povere, giusto quelle rimaste dopo aver pagato l’intervento del tecnico, significa che se una lavatrice acquistata nel 1998 si guasta dopo 10 anni, una lavatrice acquistata nel 2011 si guasta dopo appena 2 anni e 1 giorno, a garanzia decisamente scaduta. Continua a leggere

Di’, com’è fatta questa città, come si governa?

No Globes di Dorothy
“No Globes” è un’opera d’arte di Dorothy
http://www.wearedorothy.com/shop/no-globes

È fatta male, questa città. È fatta storta. È fatta di blocchi squadrati di tufo, è fatta di scarti. È fatta di sudore rappreso al sole d’estate. È fatta di sorrisi scugnizzi. È fatta di pianti. Dei nonni emigrati, dei padri scappati, delle donne sul ciglio della vita, lo sguardo fermo a un ricordo di bimba e la mano a donare un istante di felicità.

Come si governa? Non si governa, questa città. Non si imbriglia, non si guida. Né si lascia guidare, altezzosa e fiera com’è. Belva di un tempo che fu, chiatta del bello dei giorni vecchi vissuti scamazzando gente che non protesta, non urla più.

Non si governa, questa città. Sapessi in quanti ci hanno provato. Duci, sindaci, prefetti, in tanti hanno osato e fallito, latrato e guaito, cani al laccio del padrone che ingrassa, impantanati nella melassa delle parole fuse nell’odio di classe, parole smargiasse nate già vuote, aborti della politica della pezza e del sapone, la pezza al popolino e il sapone già svenduto al primo che arriva, mangia, rutta e se ne va. Continua a leggere