Ho gabbato Dolce & Gabbana

No, non ho indossato a sbafo uno dei loro modelli o sequestrato una delle loro modelle a scopo, diciamo, didattico. Ma alle ore 9 di giovedì mattina ho violato la sicurezza di San Gregorio Armeno.
Oh, nulla di speciale o premeditato contro la kermesse di Dolce & Gabbana, solo un corno da acquistare. Si sa, per funzionare davvero il portafortuna va regalato, e con questa idea in testa, e con una collega, ci avviamo fiduciosi per San Biagio dei librai. Svoltiamo poi a sinistra per San Gregorio Armeno, dove troviamo una barriera e alcuni addetti in polo e pantaloni neri. O meglio, li trovo da solo ché la collega parla al telefono da venti minuti. Mi avvicino al signore che mi informa del blocco, ed io da buon napoletano – in realtà so poco dell’arte di arrangiarsi, ma quel poco ogni tanto funziona – minimizzo dicendo che dobbiamo regalare un corno a una persona che ne ha davvero bisogno. Ora, io non so cosa sia passato nella testa del signore: se sia prevalso lo stupore per la faccia tosta, la meraviglia di trovare un signore in gessato blu (ma senza cravatta) che alle nove del mattino perora una causa persa oppure la comprensione del dolore, fatto sta che chiama un capo e spiega il tutto. Il capo ascolta, muove il capo su e giù, ci guarda. Poi ci guarda, muove il capo su e giù e ascolta. Infine, pronuncia le fatidiche parole: “Non si potrebbe, ma vi accompagno io” e apre la barriera.
Facile. Facile oltre ogni dire, per la miseria. E invece no, perché la mia collega, sempre attaccata al telefono, chiede ad alta voce il perché del blocco ma non sente tutta la risposta – perché sempre, costantemente, incredibilmente incollata al telefono – e passa urlando che a lei Dolce & Gabbana non piacciono, ma com’è possibile bloccare una strada eccetera eccetera eccetera.
Arriviamo comunque al negozio scortati e circondati dagli sguardi curiosi dei commercianti e degli addetti ai lavori: e chiste chi so’? hanno ‘a essere doie vips! eh, chella ‘a saccio, è ‘a nipote ‘e Sofia Lorèn, ma isso? e chi ‘o sape, adda essere ‘o gorilla!
E nient’altro, abbiamo comprato il corno e amabilmente chiacchierato con il titolare del negozio. Il quale ci ha tranquillamente detto che per i tre giorni di chiusura non avrebbero avuto nulla in cambio, a parte la promessa che per la sfilata sarebbero arrivate cinquecento persone presumibilmente acquirenti generose. Lunedì torno (la mia collega ha dimenticato la giacca, tra un corno e una telefonata) e vi faccio sapere se la scommessa – questa scommessa – è stata vinta. Ma l’altra? Era giusto bloccare intere zone della città? Era giusto perdere 37.000 euro di Cosap?

La polemica impazza e i toni sono, come sempre, da stadio: c’è chi urla: cafoni! e chi osanna le loro creazioni, chi grida al sequestro e chi vede nell’evento un modo – l’unico, a sentir loro – per portare Napoli alla ribalta internazionale, anche se in molti poi lamentano che non ne parla nessuno. C’è pure qualcuno che ha organizzato una controsfilata.
Io credo (so che non me lo hai chiesto, caro lettore, ma se sei arrivato fin qua il pippone finale non potrai evitarlo), innanzitutto, che siano Napoli e la sua storia millenaria a dare lustro a chicchessia, e non il contrario.
Inoltre, non ho difficoltà a pensare di poter chiudere la circolazione a fronte di un vantaggio maggiore per la società. Ma vorrei vederlo, e non solo nelle chiacchiere da internet. Vorrei contare i danari che in ragione di tasse entrano nelle tasche del Comune per ogni maxievento realizzato in città. Perché di questo si parla, ché a me che qualcuno si arricchisca in nero cala poco. Poi, certo, nel lungo termine avranno i loro effetti. Ma questo lungo termine è una guida fallace per gli affari correnti: nel lungo termine siamo tutti morti, come ebbe a dire un economista direi abbastanza affine a chi questi eventi li agogna e permette.

Aggiornamento (9/7): oggi siamo tornati per riprendere la giacca e comprare un cornetto per un’altra amica “bisognosa”. Che dire, c’erano ancora i coriandoli dorati sulla strada e gli artigiani erano contenti, è piaciuta la festa e l’eco che ne avranno. Purtroppo, pare, i cinquecento ospiti non hanno speso granché. Forse pure meno di granché, ma forse torneranno quando ci sarà meno ressa e guarderanno le bancarelle con più calma, magari evitando natali e maxieventi.

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Presuntuosità

Panino prosciutto e mozzarella

Piccolo supermercato con reparto salumeria. Entro e ordino due panini da mangiare a pranzo, quelli che a Napoli chiamiamo marenne. Oddio, le marenne di solito hanno una consistenza e una statura triple rispetto a quelle che ho ordinato, ma non sottilizziamo.

– Due panini, per favore.
– Come li vuole?
– Prosciutto e mozzarella.
– Va sul classico, allora.
– Sì, sul classico. E mi raccomando, mia moglie è cliente fissa, fatemi fare una bella figura.

(No, non è un voi partenopeo, i salumieri sono proprio due).

– Una bella figura? Sentite, voi, come li fate li fate, sempre avrete sbagliato.
– No, io… – titubo poi mi arrendo – sì, avete ragione…
– Voi li potevate chiedere pure mortadella ed emmenthal, sempre poi trovate la signora con la puzza sotto al naso…
– Eh… – felice di fronte a fratelli ritrovati – ma perché, pure voi?…
– Eggià, pensavate di essere il solo? Presuntuoso!

Solidarietà maschile di fronte all’ineluttabile disparità dei sessi.

Circumvesumanità, appunti

Circumvesuviana

Quarant’anni con la faccia a cinese, occhiaie profonde, capelli brizzolati tenuti alti da un paio di Lozza color rame brunito. Camicia hawaiana a fiori grandi rosa sotto un giubbino in pelle nera con zip bianche. Anche i pantaloni inneggiano al bianco, pallido, così come le scarpe da ginnastica alte e demodé. La pesante catena al collo a doppio giro con anellone non gli pesa sul collo dritto, né la borchia alla old West, enorme, sulla cintura marron. È seduto, tra le gambe una busta gialla da boutique, la mano a reggere un mento pensoso, quasi a grattare i pensieri che affiorano dalla barba aspra della sera. Dalla busta caccia un plico di fogli A4 spillati, un copione? È attore o regista? No, scrittore. Prende appunti, anche lui come me, e forse proprio su di me. Mi fermo improvvisamente, ho un cannocchiale puntato sulla mia galassia e faccio ciao ciao con la manina. Poi torno a leggere gli altri viaggiatori della sera.

Pianefforte ‘e juorno

Pianefforte 'e juorno
Pianefforte ‘e juorno

Nu pianefforte ‘e juorno
sona divinamente,
e ‘a museca se sente
pe ll’aria suspirà.

So’ ‘e dieci: e pure ‘o tiempo
sente ‘sta melodia
se ferma all’intrasatto
e nun vo’ cammenà.

Dio, quanta gente attuorno!
ca fretta cchiù nun tene
se scorda ‘a sufferenza
ca nun ce fa’ campà.
Ma troppo bella è ‘a fiaba
e more ‘o mutivo antico;
se fa cchiù cupo ‘o vico
dint’a ll’oscurità…

Ma si nun c’arrennimmo
si n’acalammo ‘a capa
stu pianefforte ‘e juorno
turnarrìa a ce cunsulà.

(sperando che Salvatore Di Giacomo non si rivolti nella tomba)

Lettere da uno sconosciuto

Lettore sconosciuto di Nocera Inferiore che hai richiesto Sirena. Viaggio umoristico nel ventre di Napoli  allo sconosciuto libraio della tua cittadina, io ti voglio bene, perché investi tempo e denaro in un libro di un autore che non conosci. Vorrei parlarti, chiederti cosa provi a puntare le tue emozioni su un romanzo che parla di Napoli e si dice umoristico. Vorrei offrirti un caffè e parlare di letteratura, della pioggia che bagna troppo o di quello che vuoi.

E tu, libraio sconosciuto che hai contattato la casa editrice Homo Scrivens per la spedizione, proponendo addirittura un pagamento anticipato, io ti apprezzo, perché investi tempo e denaro in un gesto che ti farà guadagnare solo pochi centesimi. Vorrei parlarti e chiederti della crisi, dei lettori di best sellers e perché non si legge più. E offrirti un caffè, libraio sognatore.

Infine tu, sconosciuto distributore che non parli del libro mio e delle altre opere delle piccole case editrici nonostante il servizio contrattato, io ti schifo nel profondo. Vorrei parlarti e chiederti in che consiste il tuo lavoro, se distribuisci le schede dei libri nostri, se quando ti ordinano un libro ti fai in quattro per consegnarlo o fai orecchie da mercante. E magari offrire un caffè pure a te, ché a Napoli un caffè non si nega a nessuno.

# chifadasefapertre? #megliosolichemaleaccompagnati
#Sirena

Favorite!

Non si tratta solo di cibo. Non si tratta solo di cultura. Quando a Napoli si apparecchia una tavola si mette sempre in conto di avere un ospite, un amico, un estraneo a cui dire: favorite! Che significa: mangia con me, dividiamoci un pezzo di pane, stiamo insieme per pochi minuti ma stiamo insieme.
Con Napoli a tavola in cento parole tentiamo proprio di venire da ognuno di voi e dire: favorite. Io parlerò, in rima, di cotiche e fagioli. Leggete i racconti, le poesie, ammirate le ricette. State a tavola con noi, insieme non invecchieremo mai.

E da voi, come si dice?

https://goo.gl/cE3khU

Un bel tacer non fu mai detto

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Opera di Mel Bochner (http://www.rxart.net/artists/mel–bochner)

“Il ladrocinio è un elemento costitutivo dei politici. Esiste una politica virtuosa e onesta, ma accanto c’è una politica ladra che convive con quella perbene.
E sì, la chiacchiera facile è un elemento costitutivo dei magistrati. Esiste una magistratura virtuosa e onesta, ma accanto c’è una magistratura vaniloquente che convive con quella perbene.
Se non guardiamo in faccia questa realtà, se proseguiamo con i negazionismi, non possiamo approntare interventi strutturali per combattere i politici ladri e i magistrati che parlano a schiovere(*)”.

Cos’è, vi suonano strane queste parole? Vi sembrano – sentitevi liberi, non girateci intorno – un’emerita cazzata?

Cambiate ladrocinio e chiacchiera facile con camorra, e politici o magistrati con società napoletana, apprezzerete meglio cos’ha detto questo signore qua (link).

(*) a vuoto (NdT)

A las cinco de la mañana

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Remo Parise – L’uomo in frack – olio su tela 50×70 — 1980

Non c’è nulla di nobile, o di straordinario, nel passeggiare alle cinque del mattino. E nemmeno di bello. Anzi, spesso ha a che fare con la sostanza stessa della vita, quella fatta di sangue e merda, per intenderci. Trovi uno scopatore che ti offre un buongiorno severo, perché è così che si fa quando si incontra un uomo nel nulla. Fossimo stati in ascensore avremmo guardato la tabella del numero max di persone, ma per strada no. Per strada ti guardi negli occhi e capisci: io conosco lui per quello che fa, a lui basta uno sguardo per capire che sto facendo io. Null’altro. Solo cartacce intorno, e bottiglie vuote, e un mulinello di vento a sparigliare. Un’auto accesa che aspetta una signora, più varie ed eventuali che corrono verso l’autostrada a cercare un perché. Poi ci sono due alieni in bicicletta fermi all’incrocio, con casco e tuta di Desigual o di un altro spacciatore di colori. Parlottano di prostata e sesso della mezza età, e io vorrei fermarmi, lì con loro, fermarmi un minuto per evitare quel che devo e magari sfogarmi anch’io, ma scappo per non farmi contagiare. E poi preferisco il nero. A destra c’è un’auto in seconda fila e un attacchino che spalma colla sul muro della scuola. Sorrido al ricordo dell’unico attacchino di un tempo, un omino magrissimo e dai baffi sottili che tutti chiamavamo Manifesto. L’ultima volta lo vidi in una camera d’ospedale insieme a mio nonno, era il 1985. Un secolo, praticamente. Un’era geologica senza telefonini e ancora poca tv. Ancora due passi e in un vicolo scorgo Enzo, il mio fruttivendolo, che con il figlio già scarica e sistema cassette. Non lo saluto, che potrei dirgli. Dovrei anche urlare, è sordo come una campana. No, non è il caso. E poi sono arrivato. Premo un campanello, e dopo un minuto una signora dormivegliente apre uno sportellino. Io consegno due fogli assieme a un biglietto da cinquanta; lei, di contro, una bustina con due pacchetti e il resto. Scambiamo solo due parole, il minimo indispensabile, manco dovessimo da lì a poco affrontare una giornata. Poi la campana ci ricorda che sì, da lì a poco parte davvero una giornata, e ci salutiamo. Io giro i tacchi (è un modo di dire, con queste scarpe in gomma che vuoi girare) e vado, lei chiude lo sportellino e torna sul materasso per terra, quello che ho intravisto prima e che ha sommato tristezza a tristezza. Manca mezz’ora alle sei. Mi metto a letto come sto, gli occhi chiusi a pensare, a condividere col cuore che tutto sommato va bene così. Che tutto sommato potrebbe andar meglio a Disneyland ma dovrei sopportare Topolino. Che in fondo in fondo c’è sempre il profumo di mare a Calata San Marco, e il sole che si affaccia dietro la Stazione marittima, a propormi un’altra giornata, a ricordarmi quel po’ di bellezza che ci tiene attaccati alla vita.
La vita è bella, amici miei. E buongiorno a tutti voi.

Esiste una scala del panico?

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Io ora sono su quel ponte. Ho voluto fortissimamente portare la mia Sirena a Milano, la città da cui tutto ha inizio, per farla conoscere ai colleghi, agli amici. Ho voluto la bicicletta e ora devo pedalare, controvento, alle spalle il vento dell’emozione bella e davanti il muro della paura di cadere.

M’è venuto di scrivere un romanzo, una guida ai luoghi comuni di una città fuori dal comune. Si parla di Napoli con umorismo e passione ma, come spesso accade, si parla di noi, della nostra vita, di com’è e come vorremmo che fosse. E ora la porto a Milano. Porto con me Claudio Graziani, il protagonista, che per trent’anni ha vissuto lì. E Nino e Ninetta, Flora, Galeazzo della Pirchipetola e tutti gli altri. Sono più di cento e non vedono l’ora di conoscere chi ha sopportato Claudio Graziani per tutti questi anni.

Per questo ho bisogno di voi, amici milanesi. Per questo ho bisogno che invitiate altri colleghi e amici e che veniate alla festa. Per questo ho bisogno di tutto il vostro cuore, per sedare il mio e riportarlo a pulsazioni normali. Niente paura, per ora sono solo a DEFCON 1, ma il 30 settembre è pericolosamente vicino.

Quindi vi aspetto, tutti. A Napoli si dice: cchiù ne simmo, cchiù belli parimmo. Non sto a tradurre, è un invito alla festa e alla bellezza dello stare insieme. Che poi, in fondo, è il sapore della stessa vita.

A mercoledì 30, ore 17, a due passi dalla Scala (largo Belotti anglo via Clerici), nel salone di Banca Prossima.

Aurelio

 

Qui c’è l’evento facebook, e se cliccate su “partecipo” ci divertiamo di più
https://www.facebook.com/events/1491221377855698/

 

Qui potete farvi un’idea del romanzo
http://www.liberarti.com/schede.cfm?id=4182&sirena_viaggio_umoristico_nel_ventre_di_napoli

 

Qui… beh, se proprio non potete aspettare
http://www.amazon.it/Sirena-Viaggio-umoristico-ventre-Napoli/dp/8897905587/

Un ventaglio val bene una messa

Da qualche anno vado a messa con mio padre. Procediamo piano, sottobraccio, ci strascichiamo fino a una rettoria dove una piccola comunità si ritrova ogni domenica alle 9,30. C’è il prete cinquantenne, apocalittico e non integrato, un inviato dall’Antico testamento dai modi spicci epperò sornioni e simpatici; c’è il suonatore d’organo ventenne, placido e tenorile; e poi tanti vecchietti dai settanta in su, compresa la Madre superiora della congregazione proprietaria della chiesa. I più giovani siamo il tenore, il prete ed io.

Ogni comunità ha bisogno di riti che la cementino, che la qualifichino come tale. Oltre la messa, l’ovvia e necessaria ragione della sua esistenza, ce ne sono piccoli altri. Ognuno ha il suo posto, ovviamente, e ci sono sempre le stesse signore che leggono. Poi i continui innocenti sfottò del prete indirizzati alla Madre superiora durante l’omelia o i gesti della signora che raccoglie le offerte. Oggi, per esempio, la signora ha praticamente “tozzoliato” sorridendo un’altra signora abbioccata per sollecitare l’offerta consueta. L’altra signora s’è destata, ha sganciato le mani dal rosario, ha aperto il borsellino, ha deposto le monete nel cestino, ha di nuovo intrecciato il rosario e poi ha continuato il sonnellino. Ma torniamo a noi.
Mio padre ha bisogno di spazio davanti ai piedi, per cui cerchiamo sempre un posto in una fila che non abbia davanti l’inginocchiatoio, e stamattina questo posto l’abbiamo trovato nella prima fila della piccola navata laterale. Un bel posto, con affaccio sulla statua della Madonna e su una teca dedicata alla vendita di oggetti sacri: immaginette, statuine, medagliette. Fa caldo, oggi, e nonostante le mura perimetrali solide e l’apertura di tutte le porte e finestre fa caldo pure in chiesa. Eppure, non passa un filo d’aria. Almeno fino a un certo punto.

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