Leggero e un po’ svampito (per tacer del palo)

Leggero e un po’ svampito, sulle ali di una giornata buona vo tornando alla magione. Zaino in spalla, busta nella mano sinistra, nella destra il telefonino a consultare il meno e il più. Ma c’è un venticello freddo, o così è se pare ai miei quattro peli quattro, e con la mano destra cerco in tasca il cappellino salvavita che non trovo, ohibò, e dove l’avrò infilato, dove l’avrò abbandonato, dove cazzo (e diciamolo!) l’avrò lasciato.
Meno male che non fa così freddo, anzi, fa pure un po’ caldino, forse forse si suda quasi, no no si suda proprio, magari mi levo ‘sto cappello che non è proprio il caso. E meno male che lassù qualcuno ci ama, a noi insallanuti, altrimenti che fine faremmo.
E il palo ? Quello l’ho solo sfiorato, per fortuna. Ma il cartello apposto, quello di sbieco, quello appuntito e insolitamente basso, quello l’ho proprio provato a tranciare di netto con il folto sopracciglio destro.
Ma meno male che qualcuno lassù etc.

Metti guanti, togli i guanti

Occhei, niente panico. Chiama la badante, il figlio è positivo. ‘Na mazzata ‘n fronte (soprattutto per loro, ovviamente), ma tranquilla, va’ a casa che ai nonni penso io. Certo, come no. Infilo le scarpe, la mascherina ffp2, mi armo di anima e coraggio e vado. Scendo, salgo, entro, saluto mio padre, mi lavo le mani, apro tutte le finestre, prendo i guanti, disinfetto le mani, infilo i guanti, sistemo la spesa, butto le buste, prendo dei panni di carta, spruzzo di disinfettante le maniglie delle porte, il tavolo, il telecomando, il telefono, il forno, la penna. Tolgo i guanti, prendo le medicine, una a mia madre e una a mio padre, c’è acqua a terra, prendi il secchio, metti i guanti, prendi la mazza, lava, strizza e asciuga, lava, strizza e asciuga, lava, strizza e asciuga, un triduo da giocare al lotto, vai in bagno, strizza il panno, butta l’acqua, togli i guanti, torna in cucina. Mi accorgo di non aver disinfettato tutto, metti i guanti, prendi lo spruzzino, e vai sul carrello porta spesa, i pomelli dei cassetti, il frigorifero, la lavatrice, la lavastoviglie e le maniglie delle finestre, e infine, perché no, una spruzzata nell’aere in ogni stanza, un’oscena, puzzolente e salvifica danza. Sono in affanno, non sono abituato alla ffp2, metto i guanti, tolgo i guanti, mi siedo sul divano, torno in cucina per prendere il cellulare e allora, solo allora, stupidamente allora, mi accorgo di aver disinfettato con Rio Vetri e cristalli. Voglio morire. Ma metto i guanti e tolgo i guanti. E niente panico.

‘O mostro

Questa affissione mi ha divertito molto. Non conosco la scuola di lingue straniere di Pollenza Trocchia, non so se son bravi a insegnarlo, l’inglese, ma di certo sono stati bravi ad attirare l’attenzione.
'O mostro
Oltre il divertimento, però, c’è una domanda che mi pongo da tempo e riguarda un mutamento del Napoletano: quand’è successo che siamo diventati così assoluti, così perentori? Nel manifesto, per fare un complimento, scrivono Si’ ‘o mostro. Io avrei detto: Si’ nu mostro. Voi come lo dite?
Forse è un problema generazionale. La lingua muta con il tempo ed evolve; si allarga, si stringe, si adatta, abbraccia nuove parole e muta quelle esistenti.
Oggi, per esempio, si usa molto pariare, un verbo utilizzato per dire cose spesso simili ma anche diverse, e io non capisco la metà di quello che dicono.
Oppure, tornando al tema iniziale, di una persona brutta sento dire che è ‘o cesso.
Non lo dicono i miei coetanei, almeno credo, ma dai quarantacinque in giù viene usato spesso. Ma perché dite — le donne in maggioranza, mi pare — che un uomo è ‘o cesso? Li avete passati tutti in rassegna? Essere nu cesso semplice non bastava? C’è una graduatoria e lui, proprio lui, è arrivato al traguardo sbaragliando la concorrenza? È il padre di tutti i cessi, sta di casa nell’Iperuranio?
Ditemi la verità, vi prego, sull’amore.

Potrei vedere il mare

Certo, potrei vedere il mare. Ma da questo mio balcone vedo cirri, sbuffi e cumuli nembi, una luce che si accheta e indora, una luna che spicchia.
Viluppi di geometrie piane e donne ferrigne, gatti selvatici e soprattutto uccelli, scuri, piccoli, frettilli. Anche pipistrelli, a scorgerli tra l’oro che va e il blu che viene, pipistrelli che stridono un valzer del ritorno, um-za-za um-za-za um-za-za um-za-za.
Voci affacciate, voci nascoste, voci a contare fatti e vite. E panni spasi, mollette cadute, poche bandiere stanche e la vita che scartavetra e poi smussa e nenia.
Certo, potrei vedere il mare.

Io, per il duemilaventi

Occhiali rosa
io per il duemilaventi
dico zero scoramenti
o lai e lamenti
ma buoni intedimenti
con tanti snellimenti
senza sbattimenti
e quel po’ di proventi
per non essere scontenti
magari sbalordimenti
sorprese e passioni ardenti
nuovi sperimenti
forza e cimenti
agli amici artisti i riconoscimenti
e i giusti pagamenti
e a chi ci dà tormenti
auguro rodimenti
e a chi finora ha letto ’sti componimenti
auguro quel che v’accontenti
e silenziosi turbamenti
ché la felicità non s’urla ai quattro venti
ma al cuor si stringe stando attenti
che cresca forte e non s’annienti
infin gli occhiali con rosa pigmenti
per guardar gli eventi
col giusto schermo anti-avvilimenti

Voccastorta

Voccastorta

Che fai quando chiude la lavanderia sotto casa? Oltre a sacramentare in molteplici lingue e dialetti, intendo.
Dopo una miriade di congetture ho verificato che le alternative possibili si riducono sostanzialmente a 3:

  1. metti un annuncio su Bric-à-Brac
  2. accendi un cero al Santo Sapone di Marsiglia
  3. chiami l’amica geniale, quella che risolve tutti i problemi anche in quei giorni, che arriva presto, finisce presto e di solito pulisce pure il water

Io ho scelto la terza, anche perché fondamentalmente agnostico e il glorioso giornale di annunci gratuiti Bric-à-Brac riposa da tempo nel cimitero delle testate.

Chiamo quindi l’amica, che mi consiglia la sua lavanderia. Una raccomandazione, però: fai attenzione che sono precisi. Vabbè, che sarà mai, mi dico.
In ogni caso, prima di recarmi spazzolo per bene l’impermeabile e lo piego seguendo le istruzioni di un video giapponese su Instagram. Arrivo quindi alla lavanderia, e subito ne ho un’ottima impressione: profuma di pulito e non vedo il classico montone di panni alto più o meno come il K2.
Il signore dietro il bancone ha un’aria professionale e mi chiede 12 euro, non prima di avermi comunicato che l’impermeabile sarebbe stato pronto il sabato successivo. Infine, stampa una ricevuta con il mio cognome e si segna il mio numero di cellulare caso mai fosse pronto prima.

Ovviamente non è stato pronto prima, e comincio a sospettare la classica operazione di marketing, ma veniamo al sabato dell’ingaggio. Entro, e davanti a me c’è una coppia di ragazzi gentili. Gentilissimi. Fin troppo gentili. Annuiscono in continuazione.

I capi saranno pronti mercoledì
Oui…
Ma non questo mercoledì, il prossimo mercoledì…
Oui, oui…
Cioè non il prossimo. L’altro…
Oui, oui, oui…
Anzi, sapete che vi dico? Questa giacchetta mi piace e me la tengo…
Oui, oui, oui, oui…

Non proprio così, ma ci siamo capiti. Attendo che escano annuendo in retromarcia e mostro la ricevuta. Il tizio la guarda, legge il numero, controlla se ho pagato – sì, ho pagato in anticipo –, si dirige verso un serpentone mobile tipo seggiovia a cui è appeso un numero imprecisato di capi approssimabile a un milione, capo più, capo meno.
Si avvicina, legge il numero del primo capo, aziona una leva e il serpentone si muove. Zzzzzzzz…
I capi, prima assolutamente inerti, si ringalluzziscono e si dirigono lesti verso il tizio che guarda e guarda e legge e scruta. Il mio numero non c’è. Comincia a sudare. Zzzzzzzz…
Aziona la leva verso sinistra. Altri capi arrivano, altro giro altra giostra. L’impermeabile non c’è. Il sudore aumenta, le lenti si appannano. Zzzzzzzz… Leva a destra. Zzzzzzzz… Poi a sinistra.
Zzzzzzzz…Zzzzzzzz…Zzzzzzzz… Destra, sinistra, destra. Niente da fare, l’impermeabile non c’è.
Il tizio mi guarda con un’espressione del tipo Sicuro che ha portato un impermeabile proprio qui da noi?, invece mi chiede il colore.
Blu, rispondo, ma posso tornare più tardi…

Ora, se c’è una cosa che manda in tilt un precisino è un errore. Non un errore qualsiasi, ma il suo errore. La ricevuta è sua, il numero di cellulare sul retro l’ha scritto di suo pugno, l’impermeabile l’ha perso lui. Ma c’è un’ultima speranza: Mammaaa
Dietro una tenda c’è la madre che stira e propone diverse soluzioni al problema l’hanno rimandato al lavaggio (l’hanno rimandato chi?), hai visto sull’altro stendino, dietro la porta, sopra la panca, poi gioca il jolly: di che colore è?
Sempre blu, rispondo ineffabile, cercando di descriverlo alla bell’e meglio: ha un cappuccio, due tasche (…), altezza al ginocchio…
Ah, ma è un giaccone! chiosa la mamma, mentre il tizio cerca di incenerirla all’istante per poi differenziarla nell’umido. Poi continua a cercare, osservare ricevute, numeri, biglietti, fino a trovare un giaccone impermeabile blu con capuccio e due tasche molto simile al mio.
È lui, è il mio impermeabile! grido quasi per la gioia del ritrovamento, ma soprattutto sollevato per il tizio in piena crisi di nervi per aver azzeccato un biglietto su un capo sbagliato. O viveversa, non ho mica capito.

Comunque, ieri non letto di matricidi in città e mi sento sollevato. E un po’ dispiaciuto, il panico del signore mi ha divertito un po’ troppo. Ma non sono sadico, né mi divertono le disgrazie altrui. Sono un osservatore, mi piace guardare le persone, il modo in cui intrecciano le loro vite con la mia. Registro tutto e a volte, come ora, cerco di restituire a parole il divertimento mio. Che spero un giorno diventi vostro, un modo per sorridere di noi stessi, un tentativo di sopravvivere restando umani. E se non siete d’accordo, se non vi piace, non c’è problema, amici come prima. Basta che me lo diciate in faccia.
Basta che non aspettiate la mia dipartita per poi dirmelo con un manifesto, com’è capitato al povero Voccastorta nella foto in alto.
No, questo non ve lo perdonerei mai. E verrei a tirarvi i piedi nel sonno, come si confà a un beneducato fantasma napoletano.

Non so se son pazzo. O sono un genio

Mi arrivano in spiaggia le parole di una canzone di qualche anno fa e mi viene da sorridere. Non per Fabio Rovazzi, che è ironico (spero). Ma per quelli che le pronunciano convinti di scandalizzarti.
Quelli che io non sono normale!, convinti che mangiare un cornetto a mezzogiorno sia un preciso segnale di devianza.
Quelli che tu non lo sai ma io sono un po’ pazza…, convinti — anzi, convinte, dal mio piccolo osservatorio mi pare di scorgere una predominanza femminile — che vestirsi di un colore anziché un altro li renda simili a Van Gogh, quantomeno nella sua ipotetica follia.
Ragazzi (vocativo intertemporale), ormai non ci scandalizza più nulla — nemmeno che la voce di Giusy Ferreri tenda più a Manu Chao che a Amy WinehouseNorman Batesfiguratevi se non sappiamo collocarvi in quella vastissima regione sempre più densamente abitata dagli idropenesaturi.
E, soprattutto, non provateci. I pazzi veri soffrono. I pazzi veri non sanno di esserlo. Andate in quelle strutture che ospitano chi ha solo una lieve disabilità mentale e fateci sapere. Anzi, dite che vi mando io, vi faranno uno sconto sulla tariffa.
Tra pazzi ci si s’intende, no?

Una lieve increspatura

Un giorno mi dicesti che non ti piaceva il mare di pomeriggio. Lo trovai strano, a me il mare di pomeriggio piaceva tantissimo. Ricordo che mi dispiacque un po’. Un dispiacere leggero, una lieve increspatura nel tessuto delle nostre parole, ma ieri, forse, ho capito perché.
Il mare di pomeriggio sapeva di sole tiepido e luce d’arancia, di chiacchiere e di vento. Aveva il rumore forte della risacca che s’incrociava coi cuori nostri impazziti a correre dietro a un amore estivo o a guardare l’azzurro che piano piano cresceva nel blu, mentre crescevamo anche noi cullati da quella brezza dolce e impetuosa. Eravamo semplicemente noi, il mare di pomeriggio, noi che ci preparavamo alla sera della vita e che per ventura, o per fortuna, alla notte non ci preparammo mai.
Ieri ho visto che l’acqua del mare di pomeriggio è torbida, per questo non ti piaceva, colpa dei raggi del sole che non entrano dritti ma la carezzano solo di lato, e forse è per questo che ci piaceva il mare di pomeriggio, a noi che forse volevamo solo tenere dentro il più possibile la dolcezza del mondo, a noi che un giorno avremmo indossato occhiali per continuare a vedere quello che da ragazzi nascondevamo dietro la nostra sfacciata, prepotente e presuntuosissima gioventù.