Thinking in the rain

Piove. Anzi, no: schizzecheia. Piccole gocce che battono invisibili e si infilano dietro le lenti, pungono i quattro capelli appena tagliati. Dovrei affrettare il passo, cercare riparo sotto un balcone, ma oggi no. Oggi mi va di tenere la capa fresca. Avere la grazia di Gene Kelly, ballare leggero e prendere la vita come va e non come viene. Per vedere di nascosto l’effetto che fa.

Sputtana le puttanate

Dobbiamo tornare a fidarci del nostro istinto, dobbiamo di nuovo provare a meravigliarci. Tenere il cervello acceso. Chiederci, ogni volta che leggiamo una notizia, se sia plausibile o meno. Capire se ci stanno tirando dentro con una notizia strillata, con un titolo pieno di punti esclamativi o a caratteri maiuscoli, oppure semplicemente inverosimile ma che stuzzica la nostra voglia di appartenenza o, viceversa, di differenziarci dal prossimo.
Allora, prima di diffondere una notizia, fa’ un esame di coscienza e approfondisci. Se ti sembra troppo ruffiana o poco verosimile, cerca su google e controlla se altri siti l’hanno pubblicata; studia se la fonte non sia lo stesso sito che l’ha strillata; confronta le fonti e fatti un’opinione.
Soprattutto, fidati del tuo istinto: se una notizia ti sembra una puttanata, probabilmente è una puttanata.

In fregola per la speranza

Un giovane e talentuoso amico ha voluto spendere queste belle parole per Sirena e gliene sono grato. Soprattutto per aver trovato la speranza in un libro che continua a riservarmi sorprese.
La speranza, ragazzi, mica pizza e fichi. Si vede che è guaglione. Si vede che ha ancora la voglia e la forza di cercarla, la speranza.
Ecco, per il nuovo anno voglio augurare a voi la speranza. Vi auguro di stare in fregola per la speranza, Di darle la caccia senza posa. Di stanarla dalle tane più buie, di accoglierla senza riserve e la puzza sotto il naso di chi la sa lunga.
Io, per me, spero invece di non ammorbarvi più con Sirena e fare altro. Magari di meglio. Soprattutto di meglio. Buon 2016.

Circumvesumanità, appunti

Circumvesuviana

Quarant’anni con la faccia a cinese, occhiaie profonde, capelli brizzolati tenuti alti da un paio di Lozza color rame brunito. Camicia hawaiana a fiori grandi rosa sotto un giubbino in pelle nera con zip bianche. Anche i pantaloni inneggiano al bianco, pallido, così come le scarpe da ginnastica alte e demodé. La pesante catena al collo a doppio giro con anellone non gli pesa sul collo dritto, né la borchia alla old West, enorme, sulla cintura marron. È seduto, tra le gambe una busta gialla da boutique, la mano a reggere un mento pensoso, quasi a grattare i pensieri che affiorano dalla barba aspra della sera. Dalla busta caccia un plico di fogli A4 spillati, un copione? È attore o regista? No, scrittore. Prende appunti, anche lui come me, e forse proprio su di me. Mi fermo improvvisamente, ho un cannocchiale puntato sulla mia galassia e faccio ciao ciao con la manina. Poi torno a leggere gli altri viaggiatori della sera.

Pianefforte ‘e juorno

Pianefforte 'e juorno
Pianefforte ‘e juorno

Nu pianefforte ‘e juorno
sona divinamente,
e ‘a museca se sente
pe ll’aria suspirà.

So’ ‘e dieci: e pure ‘o tiempo
sente ‘sta melodia
se ferma all’intrasatto
e nun vo’ cammenà.

Dio, quanta gente attuorno!
ca fretta cchiù nun tene
se scorda ‘a sufferenza
ca nun ce fa’ campà.
Ma troppo bella è ‘a fiaba
e more ‘o mutivo antico;
se fa cchiù cupo ‘o vico
dint’a ll’oscurità…

Ma si nun c’arrennimmo
si n’acalammo ‘a capa
stu pianefforte ‘e juorno
turnarrìa a ce cunsulà.

(sperando che Salvatore Di Giacomo non si rivolti nella tomba)

La domenica pomeriggio

La domenica pomeriggio apre le porte a un mondo altro. È come se le persone che si chiamano normali fossero tutte rinchiuse nei loro fortini. M’inquieta un po’, a dire il vero, camminare per strade vuote e aspettare treni mescolandomi con i pochi assedianti. Ma tra l’ubriaco che dorme sulla panchina e l’uomo sconvolto con giacca a quadri e cappello vedo due donne sorridere. Una è seduta su un muretto e indossa una busta nera, di quelle per la spazzatura indifferenziata; l’altra è in piedi, dietro, e manovra con grazie veloce di pettine e forbici. Un salone di parrucchiera a due passi dalla solitudine. Due donne che chiacchierano parole a me sconosciute ma che so parlare di vita. Sì, la domenica pomeriggio apre le porte a un mondo altro. Forse dovremmo farci coraggio e sporgere la testa nel varco, annusare l’aria e scoprire che c’è ossigeno a sufficienza per tutti.

Message in a bottle of Sambuca

 photo Morse-messaggio_forweb.jpgIeri, in famiglia, abbiamo visto Interstellar, l’ultimo film di Christopher Nolan. Il film ci è piaciuto – molto ai ragazzi, abbastanza a me, posto che la domanda si sia affacciata con prepotenza dai balconi delle vostre sinapsi – per le immagini spettacolari e perché prova a dare una risposta alle eterne domande della vita: perché siamo, dove andiamo e, soprattutto, perché quando spazzi la polvere dal pavimento essa si riforma più bella e più superba che pria.

ATTENZIONE SPOILER!

La chiave del film è che noi siamo immersi in uno spazio tempo di cinque dimensioni, quindi è inutile lamentarsi che il compagno di palestra ce l’ha più lungo del vostro perché basta compensare lo spazio con il tempo (ma devo proprio dirvi tutto io?). Ma soprattutto non andate in palestra se i confronti vi deprimono, o al massimo fate la doccia con gli slip perché è più igienico.
Se poi volete proprio approfondire l’argomento vi consiglio di leggere la teoria delle stringhe, anche se io non ci ho capito nulla e per questo metto i mocassini.
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