Lo spazzolino vegano val bene una messa?

Da qualche tempo, la nostra azienda (*) ci sta sensibilizzando alla raccolta differenziata. Le lettere di licenziamento e sospensione, infatti, per incentivare un uso etico e responsabile del nostro pianeta, vengono inviate su carta riciclata. Ma si può e si deve fare di più, come sempre, e in ufficio una collega è stata nominata SCARDA, Supervisore Complessivo e Analitico Raccolta Differenziata Apriori.

Noi tutti rispettiamo la SCARDA perché ci dice cosa dobbiamo fare per salvaguardare il pianeta e perché ci mettiamo un poco paura. E anche perché ci dice cosa fare per salvaguardarci lo stipendio e il posto di lavoro, visto che l’hanno dotata di poteri paragonabili a quelli di Capitan Juncker. Può, infatti, elevare multe per ogni rifiuto da noi indirizzato al cestino sbagliato, e addirittura sospenderci per ogni rifiuto a collaborare. Capirete quindi come ci siamo attrezzati per un riciclaggio ottimale: carta alla carta, plastica alla plastica, cenere alla cenere.  

Anche se, devo dirlo, lavorando in una banca siamo in perenne conflitto con tutta la normativa antiriciclaggio: se un riciclatore di denaro sporco vuole aprire un conto, come ci dobbiamo comportare? Gettare nel cestino della carta la modulistica di apertura del conto o utilizzare la carta riciclata per denunciarlo alla Pubblica Sicurezza? E la saliva con la quale vorremmo comunicare il nostro disappunto per il suo stile di vita dove la mettiamo, nell’umido? Son domande.

Però, alla fine, dopo un periodo di adattamento dove il mio stipendio è calato del 90% e ho potuto  nutrire le mie creature solo a pane e acqua (disdicevole conseguenza della nuova normativa ma almeno facili da riciclare), oggi ho raggiunto un elevato grado di riciclaggio. Anzi, di riciclo, come mi invita a definire la nostra azione di salvaguardia del pianeta la nuova normativa CLAP CLAP?, Cambiare Le Assurde Parole Cambia Le Azioni Prodotte?

Mi sono specializzato: oltre alle minime attività come staccare la plastica dalla carta dalle buste postali o le etichette dalle bottiglie di vino, ho imparato a mettere a bagno i giornali affinché l’inchiostro si stacchi dalla carta o detergere fino in fondo le bottiglie dei detergenti, anche se per farlo spreco impiego una tale quantità di acqua da poter irrigare il Sahara e dintorni.

Ma ho imparato a fare di più, ho acquistato uno spazzolino vegano! No, non è uno spazzolino che ti piglia a male parole e si rifiuta di lavarti i denti dopo aver mangiato una bistecca alla fiorentina, ma un semplice ed efficace spazzolino in bambù con le setole in carbone attivo. Semplice, ecologico, originale.

Come ti asciugo lo spazzolino vegano

Peccato che dopo averlo usato abbia cominciato a dare segni di muffa sul manico, anche se è stata colpa mia perché non ho seguito le istruzioni: asciugare lo spazzolino sistemandolo in orizzontale su un bicchiere e le setole rivolte verso il basso. Allora ho provato a farlo e ho sistemato quattro bicchieri sul lavandino e quindi gli spazzolini sopra, e devo dire che il sistema ha funzionato, la muffa non c’è più. Per la verità non ci sono nemmeno più i bicchieri, visto che la signora che dà una mano in casa ha fatto filotto con caparbia e meticolosa precisione.

Capirete che era una storia che non poteva andare avanti con quello che costano i bicchieri e lo stipendio ridotto al 10% . Allora mi è venuta un’idea geniale che ho messo in atto proprio stamattina: ho comprato un manuale di autoproduzione  e ho preparato un dentifricio a base di argilla, bicarbonato di sodio, olio essenziale di menta piperita, timo e salvia secchi tritati, e l’ho applicato con generosità sui denti con una cazzuola in ferro riciclata da mio nonno buonanima. E finalmente ho trovato la pace. Niente più plastica, niente spazzolini vegani, niente più multe!

Devo solo capire come riuscire ad aprire la bocca, visto che il dentifricio autoprodotto sembra essere più efficace della Sichozell e più veloce del cemento a presa rapida, ma è un dettaglio.

Ah, se quando ci incontreremo dovessi salutarvi solo con la manina non prendetevela, salvare il mondo val bene una messa. E per fortuna non riesco a parlare, altrimenti sarei costretto a dirvi dove.

(*) non sto parlando proprio della mia azienda; cioè, anche nella mia si usa carta riciclata, ma ci siamo capiti

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Vuoi vedere la mia collezione di fodere?

 photo Fodere.jpg

Una volta i pantaloni scendevano dritti, si chiamavano a sigaretta.
Oggi i pantaloni scendono uso slalom speciale, si chiamano slim fit.

Una volta avevano la vita alta che copriva l’ombelico.
Oggi hanno la vita bassa che non copre e non ha pietà neanche se sei un idraulico di 130kg.

Una volta avevano una zip lunga che nel momento del bisogno, zip!, ed era andata. Facile facile.
Oggi hanno una zip corta che se non hai la mano di Barbie e il pisello di Ken nel momento del bisogno slacci la cintura, sbottoni il bottone, scendi la zip ed è fatta. Sotto.

Una volta avevano i risvolti che erano proporzionati alla taglia e coprivano le scarpe.
Oggi hanno i risvoltini, che non sono risvolti piccoli, piuttosto cartelli indicatori che puntano alle caviglie calzate – una volta di blu o di marron, oggi di fasce multicolori. Quando puntano al pelo in bella vista si chiamano rivoltini.

Una volta avevano le tasche interne e la fodera bianca, che quando ti piaceva una tipa le chiedevi se le andava di vedere la tua collezione di farfalle, la portavi a casa e nel momento topico la distraevi chiedendole se preferiva la Morfo Blu o la Kallima Inaco detta Foglia Morta. Ma dopo aver visto la foglia morta la tipa spesso scappava e restavi coi calzoni abbassati a discettare su quanto fosse chic la fodera immacolata.
Oggi hanno la fodera interna a righe, a quadretti, a mosaico, a disegni orientali (vedi foto in alto); insomma, fodere talmente carine che se ti piace una tipa le chiedi se le va di vedere la tua collezione di fodere, la porti dietro un angolo e zac! se non ti prende per un esibizionista e non le prende un coccolone è fatta. Dopo aver slacciato la cintura, sbottonato il bottone e non si addormenta, certo.

Un Capodanno di fuoco

Un_Capodanno_di_fuoco.jpg photo Un-Capodanno-di-fuoco_2.jpgIeri un’amica mi ha augurato un Capodanno infuocato, ma devo averla presa troppo sul serio. Sono stato un’ora buona, insieme ad altri quattro fessi, a spegnere un piccolo fuoco divampato su un cassonetto sotto casa dei miei. Sembravo Grisù, il draghetto pompiere. Solo che non dirigevo il getto impetuoso di una pompa, ma il fiotto farlocco di un secchio malconcio.

Tutto sommato, però, è stata un’esperienza: ho imparato a non spruzzare acqua sottovento, per esempio, o a evitare i suffumigi col fumo della monnezza bruciata, a meno che non voglia intraprendere il sentiero di Michael Jackson al contrario.

Ho poi imparato che di fronte all’emergenza ci sono diversi tipi di reazione:
– i ragazzini/ragazzine che continuano a telefonare al ragazzo/ragazza a due passi dall’incendio a mo’ di telecronaca di Enzo Miccio;
– quelli che devono buttare la monnezza e la sistemano a due passi dal rogo, il giusto per non aumentare il combustibile, e se ne vanno;
– gli affacciati al balcone, novelli Nerone, che si godono lo spettacolo;
– i commentatori di professione: cos’ ’e pazze! cos’ ’e pazze!
– gli umarell che dànno consigli su dove buttare l’acqua;
– gli umarell che dànno consigli su dove NON buttare l’acqua;
– gli allarmati che gridano: chiamate i pompieri! chiamate i pompieri!
– i risoluti che chiamano i pompieri;
– i pompieri che rispondono di non essere sicuri di poter intervenire perché sai quanti incendi ci sono a Capodanno;
– gli amici dei risoluti con il compito di avvisare tutti che hanno chiamato i pompieri che non arriveranno;
– i cinque fessi che buttano l’acqua sul fuoco con i secchi, un po’ impauriti – attenzione al vetro che scoppia! (vero, scoppia un casino) –, ma che gonfi di adrenalina si sentono eroi per una notte e digeriscono d’incanto tutto il cenone di Capodanno senza la mano santa della citrosodina granulare;
– l’ommo che prende l’estintore dal garage vicino e spegne l’incendio;
– l’altro ommo che prende una pompa e si trasforma in un coreografico draghetto Grisù.

Così l’incendio si spegne e fuma, circondato dagli ultimi arrivati che nicchiano con la testa come i cagnolini nei lunotti di una volta e indicano dove le fiamme si starebbero rinnovando, suggeriscono di chiamare i pompieri e se ne vanno a casa sereni, consapevoli di essere stati determinanti nella risoluzione di una crisi internazionale.

E infine si va a letto, incazzati e affumicati, ma in fondo felici per aver fatto la cosa giusta, seppur minima e tutto sommato poco influente.
Però mi raccomando, voi lo sapete che prendo tutto sul serio, perciò per l’anno prossimo auguratemi solo amore e serenità. Ah, dite che non vanno d’accordo?

Thinking in the rain

Piove. Anzi, no: schizzecheia. Piccole gocce che battono invisibili e si infilano dietro le lenti, pungono i quattro capelli appena tagliati. Dovrei affrettare il passo, cercare riparo sotto un balcone, ma oggi no. Oggi mi va di tenere la capa fresca. Avere la grazia di Gene Kelly, ballare leggero e prendere la vita come va e non come viene. Per vedere di nascosto l’effetto che fa.

Ho gabbato Dolce & Gabbana

No, non ho indossato a sbafo uno dei loro modelli o sequestrato una delle loro modelle a scopo, diciamo, didattico. Ma alle ore 9 di giovedì mattina ho violato la sicurezza di San Gregorio Armeno.
Oh, nulla di speciale o premeditato contro la kermesse di Dolce & Gabbana, solo un corno da acquistare. Si sa, per funzionare davvero il portafortuna va regalato, e con questa idea in testa, e con una collega, ci avviamo fiduciosi per San Biagio dei librai. Svoltiamo poi a sinistra per San Gregorio Armeno, dove troviamo una barriera e alcuni addetti in polo e pantaloni neri. O meglio, li trovo da solo ché la collega parla al telefono da venti minuti. Mi avvicino al signore che mi informa del blocco, ed io da buon napoletano – in realtà so poco dell’arte di arrangiarsi, ma quel poco ogni tanto funziona – minimizzo dicendo che dobbiamo regalare un corno a una persona che ne ha davvero bisogno. Ora, io non so cosa sia passato nella testa del signore: se sia prevalso lo stupore per la faccia tosta, la meraviglia di trovare un signore in gessato blu (ma senza cravatta) che alle nove del mattino perora una causa persa oppure la comprensione del dolore, fatto sta che chiama un capo e spiega il tutto. Il capo ascolta, muove il capo su e giù, ci guarda. Poi ci guarda, muove il capo su e giù e ascolta. Infine, pronuncia le fatidiche parole: “Non si potrebbe, ma vi accompagno io” e apre la barriera.
Facile. Facile oltre ogni dire, per la miseria. E invece no, perché la mia collega, sempre attaccata al telefono, chiede ad alta voce il perché del blocco ma non sente tutta la risposta – perché sempre, costantemente, incredibilmente incollata al telefono – e passa urlando che a lei Dolce & Gabbana non piacciono, ma com’è possibile bloccare una strada eccetera eccetera eccetera.
Arriviamo comunque al negozio scortati e circondati dagli sguardi curiosi dei commercianti e degli addetti ai lavori: e chiste chi so’? hanno ‘a essere doie vips! eh, chella ‘a saccio, è ‘a nipote ‘e Sofia Lorèn, ma isso? e chi ‘o sape, adda essere ‘o gorilla!
E nient’altro, abbiamo comprato il corno e amabilmente chiacchierato con il titolare del negozio. Il quale ci ha tranquillamente detto che per i tre giorni di chiusura non avrebbero avuto nulla in cambio, a parte la promessa che per la sfilata sarebbero arrivate cinquecento persone presumibilmente acquirenti generose. Lunedì torno (la mia collega ha dimenticato la giacca, tra un corno e una telefonata) e vi faccio sapere se la scommessa – questa scommessa – è stata vinta. Ma l’altra? Era giusto bloccare intere zone della città? Era giusto perdere 37.000 euro di Cosap?

La polemica impazza e i toni sono, come sempre, da stadio: c’è chi urla: cafoni! e chi osanna le loro creazioni, chi grida al sequestro e chi vede nell’evento un modo – l’unico, a sentir loro – per portare Napoli alla ribalta internazionale, anche se in molti poi lamentano che non ne parla nessuno. C’è pure qualcuno che ha organizzato una controsfilata.
Io credo (so che non me lo hai chiesto, caro lettore, ma se sei arrivato fin qua il pippone finale non potrai evitarlo), innanzitutto, che siano Napoli e la sua storia millenaria a dare lustro a chicchessia, e non il contrario.
Inoltre, non ho difficoltà a pensare di poter chiudere la circolazione a fronte di un vantaggio maggiore per la società. Ma vorrei vederlo, e non solo nelle chiacchiere da internet. Vorrei contare i danari che in ragione di tasse entrano nelle tasche del Comune per ogni maxievento realizzato in città. Perché di questo si parla, ché a me che qualcuno si arricchisca in nero cala poco. Poi, certo, nel lungo termine avranno i loro effetti. Ma questo lungo termine è una guida fallace per gli affari correnti: nel lungo termine siamo tutti morti, come ebbe a dire un economista direi abbastanza affine a chi questi eventi li agogna e permette.

Aggiornamento (9/7): oggi siamo tornati per riprendere la giacca e comprare un cornetto per un’altra amica “bisognosa”. Che dire, c’erano ancora i coriandoli dorati sulla strada e gli artigiani erano contenti, è piaciuta la festa e l’eco che ne avranno. Purtroppo, pare, i cinquecento ospiti non hanno speso granché. Forse pure meno di granché, ma forse torneranno quando ci sarà meno ressa e guarderanno le bancarelle con più calma, magari evitando natali e maxieventi.

È un periodo che se ne va via (ovvero Gianni Togni e L’occhio del purgatorio)

Perché, da qualche giorno, mi ronza in testa Ma per Dio di Gianni Togni? Il mio subconscio cerca di dirmi qualcosa oppure è la gastrointestinale che gira?
Più probabilmente la seconda, visto gli attacchi determinati e concentrici a cui sono stato sottoposto nelle ultime settimane. Eppure.

Eppure sono andato su youtube e sono andato a riascoltarla, questa benedetta canzone, e in breve è diventata necessaria come il caffè per cominciare la giornata. A dire il vero, io non ho mai amato Gianni Togni. Però faceva parte dello sfondo sonoro degli anni belli, quando canticchiavi pure Baglioni e subito dopo urlavi a squarciagola una qualunque degli Inti Illimani per darti un tono. Oppure L’avvelenata di Francesco Guccini, giusto per contrapporre questa gloria da stronzi a quella sua maglietta fina.

ma io questi anni non li capisco
vivo come mi e’ possibile
non so piu’ cosa e’ giusto

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Sputtana le puttanate

Dobbiamo tornare a fidarci del nostro istinto, dobbiamo di nuovo provare a meravigliarci. Tenere il cervello acceso. Chiederci, ogni volta che leggiamo una notizia, se sia plausibile o meno. Capire se ci stanno tirando dentro con una notizia strillata, con un titolo pieno di punti esclamativi o a caratteri maiuscoli, oppure semplicemente inverosimile ma che stuzzica la nostra voglia di appartenenza o, viceversa, di differenziarci dal prossimo.
Allora, prima di diffondere una notizia, fa’ un esame di coscienza e approfondisci. Se ti sembra troppo ruffiana o poco verosimile, cerca su google e controlla se altri siti l’hanno pubblicata; studia se la fonte non sia lo stesso sito che l’ha strillata; confronta le fonti e fatti un’opinione.
Soprattutto, fidati del tuo istinto: se una notizia ti sembra una puttanata, probabilmente è una puttanata.

Presuntuosità

Panino prosciutto e mozzarella

Piccolo supermercato con reparto salumeria. Entro e ordino due panini da mangiare a pranzo, quelli che a Napoli chiamiamo marenne. Oddio, le marenne di solito hanno una consistenza e una statura triple rispetto a quelle che ho ordinato, ma non sottilizziamo.

– Due panini, per favore.
– Come li vuole?
– Prosciutto e mozzarella.
– Va sul classico, allora.
– Sì, sul classico. E mi raccomando, mia moglie è cliente fissa, fatemi fare una bella figura.

(No, non è un voi partenopeo, i salumieri sono proprio due).

– Una bella figura? Sentite, voi, come li fate li fate, sempre avrete sbagliato.
– No, io… – titubo poi mi arrendo – sì, avete ragione…
– Voi li potevate chiedere pure mortadella ed emmenthal, sempre poi trovate la signora con la puzza sotto al naso…
– Eh… – felice di fronte a fratelli ritrovati – ma perché, pure voi?…
– Eggià, pensavate di essere il solo? Presuntuoso!

Solidarietà maschile di fronte all’ineluttabile disparità dei sessi.

La leggenda dell’amata al di là del fiume

Occhiali rotti

C’era una volta un re indiano che si deliziava nel guardare la sua amata al di là del fiume. Ma era miope, e col tempo la miopia peggiorò fino a rubare la luce dei suoi occhi: dov’era la sua amata, che faceva, come avrebbe potuto vivere senza ammirarla? Giorno dopo giorno l’amata divenne sempre più sfocata, evanescente, fino a trasformarsi in un ricordo lontano. Poi, nulla più. Gli anni passarono nel più completo oblio, fino quando non arrivò a corte un mago trovarobe cantastorie che regalò al re uno specchio. Un piccolo specchio che, appeso al muro, gli permise di mettere di nuovo a fuoco l’amata volgendo le spalle al fiume. Fu grande lo stupore nel ritrovarla vecchia, cadente e con in mano un cartello: “STRUNZ!”, che in antica lingua sanscrita significa: “A saperlo, te l’avrei regalato io!”

Morale: quando si rompe un paio occhiali, spegnete il PC e non scrivete storie senza né capo né coda.