Leggero e un po’ svampito (per tacer del palo)

Leggero e un po’ svampito, sulle ali di una giornata buona vo tornando alla magione. Zaino in spalla, busta nella mano sinistra, nella destra il telefonino a consultare il meno e il più. Ma c’è un venticello freddo, o così è se pare ai miei quattro peli quattro, e con la mano destra cerco in tasca il cappellino salvavita che non trovo, ohibò, e dove l’avrò infilato, dove l’avrò abbandonato, dove cazzo (e diciamolo!) l’avrò lasciato.
Meno male che non fa così freddo, anzi, fa pure un po’ caldino, forse forse si suda quasi, no no si suda proprio, magari mi levo ‘sto cappello che non è proprio il caso. E meno male che lassù qualcuno ci ama, a noi insallanuti, altrimenti che fine faremmo.
E il palo ? Quello l’ho solo sfiorato, per fortuna. Ma il cartello apposto, quello di sbieco, quello appuntito e insolitamente basso, quello l’ho proprio provato a tranciare di netto con il folto sopracciglio destro.
Ma meno male che qualcuno lassù etc.

200 lire

Dieci anni, cresciuto a Tiramolla, nonna Abelarda, Geppo e, poi, Topolino, siedo sulla sabbia nera a leggere Thor e i Vendicatori, un “giornaletto” prestato da chissà chi. Siedo rapito dai tratti e dai colori, ma soprattutto dalla storia, un vecchio dottore storpio sulla Terra che diventa il dio del tuono su Asgard. Fierezza, nobiltà, sacrificio, in una parola: l’avventura. E ora, come faccio senza?
Corre in soccorso mia nonna Anna e nel pomeriggio, le 200 lire in tasca, vado da Gerardo ‘o giurnalaio (mitico anche lui, forse anche più di Thor, un essere mezzo uomo e mezza edicola, ma è un’altra storia) e lo trovo, il giornaletto di Thor e i Vendicatori. Ma sono un ragazzino educato, esito, aspetto che mi si rivolga la parola, e un ragazzo più grande arriva, prende il fumetto, dà le 200 lire a Gerardo e via. Resto a bocca asciutta, ma un bravo edicolante sa cosa fare: Gerardo si gira di lato, scruta, sceglie e mi mette sotto al naso il numero 7 di Capitan America. Capitan America n.7Un eroe vero, un uomo e non un dio, senza (quasi) superpoteri e con una dirittura morale che lèvati. Torno a casa e nasce una passione, un appuntamento ogni quindici giorni con l’avventura della Casa delle idee (sì, gli americani se la tirano sempre un po’). Un appuntamento durato 110 numeri, compresi i primi 6 sempre acquistati con i soldi di nonna Anna.
Ho sempre letto molto, libri e fumetti. Comprati, a sbafo, in prestito, di stramacchio. Tex, Zagor e Mister No da Carmine ed Enrico, Diabolik e Jolanda da zio Pasquale, Monello e Intrepido non ricordo da chi. E poi tanta altra roba, Eureka, Linus, Alan Ford. l’amore per le bande dessinée francesi. E poi la satira, Cane Caldo, I quaderni del Sale, il Male, Tango, Cuore.
Quanta giovinezza, quanta cultura è passata da quei tratti e da quelle battute.
Ora di fumetti non ne leggo più, e non so perché. Ma è stato bello ricordarli, grazie Marco.

Metti guanti, togli i guanti

Occhei, niente panico. Chiama la badante, il figlio è positivo. ‘Na mazzata ‘n fronte (soprattutto per loro, ovviamente), ma tranquilla, va’ a casa che ai nonni penso io. Certo, come no. Infilo le scarpe, la mascherina ffp2, mi armo di anima e coraggio e vado. Scendo, salgo, entro, saluto mio padre, mi lavo le mani, apro tutte le finestre, prendo i guanti, disinfetto le mani, infilo i guanti, sistemo la spesa, butto le buste, prendo dei panni di carta, spruzzo di disinfettante le maniglie delle porte, il tavolo, il telecomando, il telefono, il forno, la penna. Tolgo i guanti, prendo le medicine, una a mia madre e una a mio padre, c’è acqua a terra, prendi il secchio, metti i guanti, prendi la mazza, lava, strizza e asciuga, lava, strizza e asciuga, lava, strizza e asciuga, un triduo da giocare al lotto, vai in bagno, strizza il panno, butta l’acqua, togli i guanti, torna in cucina. Mi accorgo di non aver disinfettato tutto, metti i guanti, prendi lo spruzzino, e vai sul carrello porta spesa, i pomelli dei cassetti, il frigorifero, la lavatrice, la lavastoviglie e le maniglie delle finestre, e infine, perché no, una spruzzata nell’aere in ogni stanza, un’oscena, puzzolente e salvifica danza. Sono in affanno, non sono abituato alla ffp2, metto i guanti, tolgo i guanti, mi siedo sul divano, torno in cucina per prendere il cellulare e allora, solo allora, stupidamente allora, mi accorgo di aver disinfettato con Rio Vetri e cristalli. Voglio morire. Ma metto i guanti e tolgo i guanti. E niente panico.

‘O mostro

Questa affissione mi ha divertito molto. Non conosco la scuola di lingue straniere di Pollenza Trocchia, non so se son bravi a insegnarlo, l’inglese, ma di certo sono stati bravi ad attirare l’attenzione.
'O mostro
Oltre il divertimento, però, c’è una domanda che mi pongo da tempo e riguarda un mutamento del Napoletano: quand’è successo che siamo diventati così assoluti, così perentori? Nel manifesto, per fare un complimento, scrivono Si’ ‘o mostro. Io avrei detto: Si’ nu mostro. Voi come lo dite?
Forse è un problema generazionale. La lingua muta con il tempo ed evolve; si allarga, si stringe, si adatta, abbraccia nuove parole e muta quelle esistenti.
Oggi, per esempio, si usa molto pariare, un verbo utilizzato per dire cose spesso simili ma anche diverse, e io non capisco la metà di quello che dicono.
Oppure, tornando al tema iniziale, di una persona brutta sento dire che è ‘o cesso.
Non lo dicono i miei coetanei, almeno credo, ma dai quarantacinque in giù viene usato spesso. Ma perché dite — le donne in maggioranza, mi pare — che un uomo è ‘o cesso? Li avete passati tutti in rassegna? Essere nu cesso semplice non bastava? C’è una graduatoria e lui, proprio lui, è arrivato al traguardo sbaragliando la concorrenza? È il padre di tutti i cessi, sta di casa nell’Iperuranio?
Ditemi la verità, vi prego, sull’amore.

Potrei vedere il mare

Certo, potrei vedere il mare. Ma da questo mio balcone vedo cirri, sbuffi e cumuli nembi, una luce che si accheta e indora, una luna che spicchia.
Viluppi di geometrie piane e donne ferrigne, gatti selvatici e soprattutto uccelli, scuri, piccoli, frettilli. Anche pipistrelli, a scorgerli tra l’oro che va e il blu che viene, pipistrelli che stridono un valzer del ritorno, um-za-za um-za-za um-za-za um-za-za.
Voci affacciate, voci nascoste, voci a contare fatti e vite. E panni spasi, mollette cadute, poche bandiere stanche e la vita che scartavetra e poi smussa e nenia.
Certo, potrei vedere il mare.

Alta teatralità

Alta velocità, un caravanserraglio in un proiettile. C’è l’agente di commercio che parla da ore prima con un suo protetto e poi con un suo mentore, da Napoli a Roma ho imparato tutti i trucchi del mestiere e il valore della glicemia della cugina. C’è la coppia indiana in posti separati ma ora felicemente fianco a fianco con la bambina che dorme ammontonata. C’è la ragazza che ragiona sugli amici e su Milano, su dove e come dovrà sistemarsi, ma in tutt’ ‘o blocco invidia l’amico ventenne che già lavora e invece lei ancora l’ università e col suo stipendio almeno dieci viaggi all’anno, dice. C’è un gruppo di orientali che va avanti e indietro, uno dopo l’altro, come ingranaggi di un orologio svizzero, al bagno, alla macchinetta per il caffè, nell’altro vagone, che un signore per infilarsi nel meccanismo ha colto l’attimo fuggente ma se l’è lasciato scappare. C’è la ciaciona con il poggiatesta, l’uomo pelato con le scarpe alla moda e la voglia di zittire l’agente, la signora che guarda un film col tablet, gli auricolari e gli occhi chiusi. Infine la signora, stretta nel corridoio tra il bagno e la macchinetta per il caffè che mi chiede se posso cambiarle cinquanta euro, cinquanta euro per una macchinetta che va solo a monete, mi deve aver preso per Paperon de Paperoni, e io sorrido che no, le ho lasciate nel deposito sulla collina e le offro l’euro e venti, ma lei sorride imbarazzata e nicchia, che faccio, accetto?, chissà se posso fidarmi di questo bellimbusto, che poi perché chiamarlo bellimbusto se è rimasto solo un busto, anche piuttosto stagionato in verità, allora sfodero l’arma segreta, mi apro in un sorriso rassicurante e dico che devo prendere il caffè per mia moglie, la signora finalmente si rilassa e accetta, prende l’euro e venti e computa un caffè ristretto, uh sta uscendo lungo però è buono, conosco questa macchinetta, e quasi pare carezzarla con lo sguardo, mi aspetto che la chiami per nome ma non lo fa, prende il caffè e va via ringraziando. Nel frattempo l’agente è andato in bagno col telefonino, l’uomo pelato è finalmente felice per non essere costretto ad ammazzarlo, gli orientali continuano imperterriti il viavai, il signore in agguato piange a dirotto con le gambe strette, la ragazza tutt’ ‘o blocco dorme sognando viaggi e tende da campeggio.
Io torno al mio posto e penso che le donne non devono fidarsi dei bellimbusti che millantano moglie al seguito, moglie che con lo sguardo mi chiede che cazzo ho fatto tutto questo tempo alla macchinetta senza aver preso niente.