Thinking in the rain

Piove. Anzi, no: schizzecheia. Piccole gocce che battono invisibili e si infilano dietro le lenti, pungono i quattro capelli appena tagliati. Dovrei affrettare il passo, cercare riparo sotto un balcone, ma oggi no. Oggi mi va di tenere la capa fresca. Avere la grazia di Gene Kelly, ballare leggero e prendere la vita come va e non come viene. Per vedere di nascosto l’effetto che fa.

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Ho gabbato Dolce & Gabbana

No, non ho indossato a sbafo uno dei loro modelli o sequestrato una delle loro modelle a scopo, diciamo, didattico. Ma alle ore 9 di giovedì mattina ho violato la sicurezza di San Gregorio Armeno.
Oh, nulla di speciale o premeditato contro la kermesse di Dolce & Gabbana, solo un corno da acquistare. Si sa, per funzionare davvero il portafortuna va regalato, e con questa idea in testa, e con una collega, ci avviamo fiduciosi per San Biagio dei librai. Svoltiamo poi a sinistra per San Gregorio Armeno, dove troviamo una barriera e alcuni addetti in polo e pantaloni neri. O meglio, li trovo da solo ché la collega parla al telefono da venti minuti. Mi avvicino al signore che mi informa del blocco, ed io da buon napoletano – in realtà so poco dell’arte di arrangiarsi, ma quel poco ogni tanto funziona – minimizzo dicendo che dobbiamo regalare un corno a una persona che ne ha davvero bisogno. Ora, io non so cosa sia passato nella testa del signore: se sia prevalso lo stupore per la faccia tosta, la meraviglia di trovare un signore in gessato blu (ma senza cravatta) che alle nove del mattino perora una causa persa oppure la comprensione del dolore, fatto sta che chiama un capo e spiega il tutto. Il capo ascolta, muove il capo su e giù, ci guarda. Poi ci guarda, muove il capo su e giù e ascolta. Infine, pronuncia le fatidiche parole: “Non si potrebbe, ma vi accompagno io” e apre la barriera.
Facile. Facile oltre ogni dire, per la miseria. E invece no, perché la mia collega, sempre attaccata al telefono, chiede ad alta voce il perché del blocco ma non sente tutta la risposta – perché sempre, costantemente, incredibilmente incollata al telefono – e passa urlando che a lei Dolce & Gabbana non piacciono, ma com’è possibile bloccare una strada eccetera eccetera eccetera.
Arriviamo comunque al negozio scortati e circondati dagli sguardi curiosi dei commercianti e degli addetti ai lavori: e chiste chi so’? hanno ‘a essere doie vips! eh, chella ‘a saccio, è ‘a nipote ‘e Sofia Lorèn, ma isso? e chi ‘o sape, adda essere ‘o gorilla!
E nient’altro, abbiamo comprato il corno e amabilmente chiacchierato con il titolare del negozio. Il quale ci ha tranquillamente detto che per i tre giorni di chiusura non avrebbero avuto nulla in cambio, a parte la promessa che per la sfilata sarebbero arrivate cinquecento persone presumibilmente acquirenti generose. Lunedì torno (la mia collega ha dimenticato la giacca, tra un corno e una telefonata) e vi faccio sapere se la scommessa – questa scommessa – è stata vinta. Ma l’altra? Era giusto bloccare intere zone della città? Era giusto perdere 37.000 euro di Cosap?

La polemica impazza e i toni sono, come sempre, da stadio: c’è chi urla: cafoni! e chi osanna le loro creazioni, chi grida al sequestro e chi vede nell’evento un modo – l’unico, a sentir loro – per portare Napoli alla ribalta internazionale, anche se in molti poi lamentano che non ne parla nessuno. C’è pure qualcuno che ha organizzato una controsfilata.
Io credo (so che non me lo hai chiesto, caro lettore, ma se sei arrivato fin qua il pippone finale non potrai evitarlo), innanzitutto, che siano Napoli e la sua storia millenaria a dare lustro a chicchessia, e non il contrario.
Inoltre, non ho difficoltà a pensare di poter chiudere la circolazione a fronte di un vantaggio maggiore per la società. Ma vorrei vederlo, e non solo nelle chiacchiere da internet. Vorrei contare i danari che in ragione di tasse entrano nelle tasche del Comune per ogni maxievento realizzato in città. Perché di questo si parla, ché a me che qualcuno si arricchisca in nero cala poco. Poi, certo, nel lungo termine avranno i loro effetti. Ma questo lungo termine è una guida fallace per gli affari correnti: nel lungo termine siamo tutti morti, come ebbe a dire un economista direi abbastanza affine a chi questi eventi li agogna e permette.

Aggiornamento (9/7): oggi siamo tornati per riprendere la giacca e comprare un cornetto per un’altra amica “bisognosa”. Che dire, c’erano ancora i coriandoli dorati sulla strada e gli artigiani erano contenti, è piaciuta la festa e l’eco che ne avranno. Purtroppo, pare, i cinquecento ospiti non hanno speso granché. Forse pure meno di granché, ma forse torneranno quando ci sarà meno ressa e guarderanno le bancarelle con più calma, magari evitando natali e maxieventi.

È un periodo che se ne va via (ovvero Gianni Togni e L’occhio del purgatorio)

Perché, da qualche giorno, mi ronza in testa Ma per Dio di Gianni Togni? Il mio subconscio cerca di dirmi qualcosa oppure è la gastrointestinale che gira?
Più probabilmente la seconda, visto gli attacchi determinati e concentrici a cui sono stato sottoposto nelle ultime settimane. Eppure.

Eppure sono andato su youtube e sono andato a riascoltarla, questa benedetta canzone, e in breve è diventata necessaria come il caffè per cominciare la giornata. A dire il vero, io non ho mai amato Gianni Togni. Però faceva parte dello sfondo sonoro degli anni belli, quando canticchiavi pure Baglioni e subito dopo urlavi a squarciagola una qualunque degli Inti Illimani per darti un tono. Oppure L’avvelenata di Francesco Guccini, giusto per contrapporre questa gloria da stronzi a quella sua maglietta fina.

ma io questi anni non li capisco
vivo come mi e’ possibile
non so piu’ cosa e’ giusto

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Sputtana le puttanate

Dobbiamo tornare a fidarci del nostro istinto, dobbiamo di nuovo provare a meravigliarci. Tenere il cervello acceso. Chiederci, ogni volta che leggiamo una notizia, se sia plausibile o meno. Capire se ci stanno tirando dentro con una notizia strillata, con un titolo pieno di punti esclamativi o a caratteri maiuscoli, oppure semplicemente inverosimile ma che stuzzica la nostra voglia di appartenenza o, viceversa, di differenziarci dal prossimo.
Allora, prima di diffondere una notizia, fa’ un esame di coscienza e approfondisci. Se ti sembra troppo ruffiana o poco verosimile, cerca su google e controlla se altri siti l’hanno pubblicata; studia se la fonte non sia lo stesso sito che l’ha strillata; confronta le fonti e fatti un’opinione.
Soprattutto, fidati del tuo istinto: se una notizia ti sembra una puttanata, probabilmente è una puttanata.

Presuntuosità

Panino prosciutto e mozzarella

Piccolo supermercato con reparto salumeria. Entro e ordino due panini da mangiare a pranzo, quelli che a Napoli chiamiamo marenne. Oddio, le marenne di solito hanno una consistenza e una statura triple rispetto a quelle che ho ordinato, ma non sottilizziamo.

– Due panini, per favore.
– Come li vuole?
– Prosciutto e mozzarella.
– Va sul classico, allora.
– Sì, sul classico. E mi raccomando, mia moglie è cliente fissa, fatemi fare una bella figura.

(No, non è un voi partenopeo, i salumieri sono proprio due).

– Una bella figura? Sentite, voi, come li fate li fate, sempre avrete sbagliato.
– No, io… – titubo poi mi arrendo – sì, avete ragione…
– Voi li potevate chiedere pure mortadella ed emmenthal, sempre poi trovate la signora con la puzza sotto al naso…
– Eh… – felice di fronte a fratelli ritrovati – ma perché, pure voi?…
– Eggià, pensavate di essere il solo? Presuntuoso!

Solidarietà maschile di fronte all’ineluttabile disparità dei sessi.

La leggenda dell’amata al di là del fiume

Occhiali rotti

C’era una volta un re indiano che si deliziava nel guardare la sua amata al di là del fiume. Ma era miope, e col tempo la miopia peggiorò fino a rubare la luce dei suoi occhi: dov’era la sua amata, che faceva, come avrebbe potuto vivere senza ammirarla? Giorno dopo giorno l’amata divenne sempre più sfocata, evanescente, fino a trasformarsi in un ricordo lontano. Poi, nulla più. Gli anni passarono nel più completo oblio, fino quando non arrivò a corte un mago trovarobe cantastorie che regalò al re uno specchio. Un piccolo specchio che, appeso al muro, gli permise di mettere di nuovo a fuoco l’amata volgendo le spalle al fiume. Fu grande lo stupore nel ritrovarla vecchia, cadente e con in mano un cartello: “STRUNZ!”, che in antica lingua sanscrita significa: “A saperlo, te l’avrei regalato io!”

Morale: quando si rompe un paio occhiali, spegnete il PC e non scrivete storie senza né capo né coda.

In fregola per la speranza

Un giovane e talentuoso amico ha voluto spendere queste belle parole per Sirena e gliene sono grato. Soprattutto per aver trovato la speranza in un libro che continua a riservarmi sorprese.
La speranza, ragazzi, mica pizza e fichi. Si vede che è guaglione. Si vede che ha ancora la voglia e la forza di cercarla, la speranza.
Ecco, per il nuovo anno voglio augurare a voi la speranza. Vi auguro di stare in fregola per la speranza, Di darle la caccia senza posa. Di stanarla dalle tane più buie, di accoglierla senza riserve e la puzza sotto il naso di chi la sa lunga.
Io, per me, spero invece di non ammorbarvi più con Sirena e fare altro. Magari di meglio. Soprattutto di meglio. Buon 2016.

Auguri del piennolo

Io credo che ognuno dovrebbe lasciare una traccia buona nel mondo, o almeno provarci. Un sindaco dovrebbe lasciare un’opera per non ritrovarci a parlare solo della prima ferrovia d’Italia, per esempio. Un gelataio inventare un gusto sorprendente, un commercialista un modo nuovo di far pagare il giusto, un addetto allo sportello una maniera di far sentire i clienti persone benvenute. Ognuno col suo carico di esperienze, ognuno col suo sogno in mano da costruire.
Io non so far molto, a volte mi riesce di mettere in fila qualche parola che regala un sorriso, altre volte scatto tante fotografie e nella massa ne esce una buona che racconta l’istante giusto. Non aspettatevi molto di più, ma sappiate che ce la metto tutta e ogni giorno provo a cambiare un po’ per essere all’altezza del mondo che vorrei.
E in un mondo di auguri di abete, ho baloccato con una ‘nzerta di pomodori del piennolo per augurare a voi e alle vostre famiglie un Natale pieno di voglia di cambiamento. Abbiamo radici belle, facciamole crescere forti e degne di un orgoglio futuro.

P.S. prima o poi riuscirò anche a sbarazzarmi della retorica, sto lavorando anche a quello

 

auguri del piennolo