Giallo signorile

Un'altra avventura di Sardonico Giuseppe
Un’altra avventura di Sardonico Giuseppe

Voi non sapete cosa significhi girare di notte per le strade buie. Avanzare piano, ascoltare i propri passi, girarsi di scatto per sgamare l’ombra sgusciante, quella che calza le scarpe nostre e ci segue da quando abbiamo lasciato la luce un metro fa. Ma non è colpa vostra. Prima, non lo sapevo nemmeno io. Mi han detto: «Non preoccuparti. Tu gira, passeggia, fa’ quello che vuoi ma fatti vedere». E io mi sto facendo vedere. Cammino al centro della strada, toh! Vi chiedo scusa, non ci siamo presentati. Sono un agente di polizia locale, Sardonico Giuseppe, per servirvi.

Peppe ‘o cammeo è in trasferta a Milano. E per aiutare una donzella rischierà la vita. Come al solito, né più né meno. È il suo destino, anche se lui non è mica tanto d’accordo.

(Anche quest’anno festeggiamo la Giornata mondiale del libro
#23APRILE con un racconto ambientato in uno degli hotel associati a Golden Book Hotels. Per leggerlo basta cliccare sull’immagine sopra oppure qui).

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Lo spazzolino vegano val bene una messa?

Da qualche tempo, la nostra azienda (*) ci sta sensibilizzando alla raccolta differenziata. Le lettere di licenziamento e sospensione, infatti, per incentivare un uso etico e responsabile del nostro pianeta, vengono inviate su carta riciclata. Ma si può e si deve fare di più, come sempre, e in ufficio una collega è stata nominata SCARDA, Supervisore Complessivo e Analitico Raccolta Differenziata Apriori.

Noi tutti rispettiamo la SCARDA perché ci dice cosa dobbiamo fare per salvaguardare il pianeta e perché ci mettiamo un poco paura. E anche perché ci dice cosa fare per salvaguardarci lo stipendio e il posto di lavoro, visto che l’hanno dotata di poteri paragonabili a quelli di Capitan Juncker. Può, infatti, elevare multe per ogni rifiuto da noi indirizzato al cestino sbagliato, e addirittura sospenderci per ogni rifiuto a collaborare. Capirete quindi come ci siamo attrezzati per un riciclaggio ottimale: carta alla carta, plastica alla plastica, cenere alla cenere.  

Anche se, devo dirlo, lavorando in una banca siamo in perenne conflitto con tutta la normativa antiriciclaggio: se un riciclatore di denaro sporco vuole aprire un conto, come ci dobbiamo comportare? Gettare nel cestino della carta la modulistica di apertura del conto o utilizzare la carta riciclata per denunciarlo alla Pubblica Sicurezza? E la saliva con la quale vorremmo comunicare il nostro disappunto per il suo stile di vita dove la mettiamo, nell’umido? Son domande.

Però, alla fine, dopo un periodo di adattamento dove il mio stipendio è calato del 90% e ho potuto  nutrire le mie creature solo a pane e acqua (disdicevole conseguenza della nuova normativa ma almeno facili da riciclare), oggi ho raggiunto un elevato grado di riciclaggio. Anzi, di riciclo, come mi invita a definire la nostra azione di salvaguardia del pianeta la nuova normativa CLAP CLAP?, Cambiare Le Assurde Parole Cambia Le Azioni Prodotte?

Mi sono specializzato: oltre alle minime attività come staccare la plastica dalla carta dalle buste postali o le etichette dalle bottiglie di vino, ho imparato a mettere a bagno i giornali affinché l’inchiostro si stacchi dalla carta o detergere fino in fondo le bottiglie dei detergenti, anche se per farlo spreco impiego una tale quantità di acqua da poter irrigare il Sahara e dintorni.

Ma ho imparato a fare di più, ho acquistato uno spazzolino vegano! No, non è uno spazzolino che ti piglia a male parole e si rifiuta di lavarti i denti dopo aver mangiato una bistecca alla fiorentina, ma un semplice ed efficace spazzolino in bambù con le setole in carbone attivo. Semplice, ecologico, originale.

Come ti asciugo lo spazzolino vegano

Peccato che dopo averlo usato abbia cominciato a dare segni di muffa sul manico, anche se è stata colpa mia perché non ho seguito le istruzioni: asciugare lo spazzolino sistemandolo in orizzontale su un bicchiere e le setole rivolte verso il basso. Allora ho provato a farlo e ho sistemato quattro bicchieri sul lavandino e quindi gli spazzolini sopra, e devo dire che il sistema ha funzionato, la muffa non c’è più. Per la verità non ci sono nemmeno più i bicchieri, visto che la signora che dà una mano in casa ha fatto filotto con caparbia e meticolosa precisione.

Capirete che era una storia che non poteva andare avanti con quello che costano i bicchieri e lo stipendio ridotto al 10% . Allora mi è venuta un’idea geniale che ho messo in atto proprio stamattina: ho comprato un manuale di autoproduzione  e ho preparato un dentifricio a base di argilla, bicarbonato di sodio, olio essenziale di menta piperita, timo e salvia secchi tritati, e l’ho applicato con generosità sui denti con una cazzuola in ferro riciclata da mio nonno buonanima. E finalmente ho trovato la pace. Niente più plastica, niente spazzolini vegani, niente più multe!

Devo solo capire come riuscire ad aprire la bocca, visto che il dentifricio autoprodotto sembra essere più efficace della Sichozell e più veloce del cemento a presa rapida, ma è un dettaglio.

Ah, se quando ci incontreremo dovessi salutarvi solo con la manina non prendetevela, salvare il mondo val bene una messa. E per fortuna non riesco a parlare, altrimenti sarei costretto a dirvi dove.

(*) non sto parlando proprio della mia azienda; cioè, anche nella mia si usa carta riciclata, ma ci siamo capiti

Vuoi vedere la mia collezione di fodere?

 photo Fodere.jpg

Una volta i pantaloni scendevano dritti, si chiamavano a sigaretta.
Oggi i pantaloni scendono uso slalom speciale, si chiamano slim fit.

Una volta avevano la vita alta che copriva l’ombelico.
Oggi hanno la vita bassa che non copre e non ha pietà neanche se sei un idraulico di 130kg.

Una volta avevano una zip lunga che nel momento del bisogno, zip!, ed era andata. Facile facile.
Oggi hanno una zip corta che se non hai la mano di Barbie e il pisello di Ken nel momento del bisogno slacci la cintura, sbottoni il bottone, scendi la zip ed è fatta. Sotto.

Una volta avevano i risvolti che erano proporzionati alla taglia e coprivano le scarpe.
Oggi hanno i risvoltini, che non sono risvolti piccoli, piuttosto cartelli indicatori che puntano alle caviglie calzate – una volta di blu o di marron, oggi di fasce multicolori. Quando puntano al pelo in bella vista si chiamano rivoltini.

Una volta avevano le tasche interne e la fodera bianca, che quando ti piaceva una tipa le chiedevi se le andava di vedere la tua collezione di farfalle, la portavi a casa e nel momento topico la distraevi chiedendole se preferiva la Morfo Blu o la Kallima Inaco detta Foglia Morta. Ma dopo aver visto la foglia morta la tipa spesso scappava e restavi coi calzoni abbassati a discettare su quanto fosse chic la fodera immacolata.
Oggi hanno la fodera interna a righe, a quadretti, a mosaico, a disegni orientali (vedi foto in alto); insomma, fodere talmente carine che se ti piace una tipa le chiedi se le va di vedere la tua collezione di fodere, la porti dietro un angolo e zac! se non ti prende per un esibizionista e non le prende un coccolone è fatta. Dopo aver slacciato la cintura, sbottonato il bottone e non si addormenta, certo.

Un Capodanno di fuoco

Un_Capodanno_di_fuoco.jpg photo Un-Capodanno-di-fuoco_2.jpgIeri un’amica mi ha augurato un Capodanno infuocato, ma devo averla presa troppo sul serio. Sono stato un’ora buona, insieme ad altri quattro fessi, a spegnere un piccolo fuoco divampato su un cassonetto sotto casa dei miei. Sembravo Grisù, il draghetto pompiere. Solo che non dirigevo il getto impetuoso di una pompa, ma il fiotto farlocco di un secchio malconcio.

Tutto sommato, però, è stata un’esperienza: ho imparato a non spruzzare acqua sottovento, per esempio, o a evitare i suffumigi col fumo della monnezza bruciata, a meno che non voglia intraprendere il sentiero di Michael Jackson al contrario.

Ho poi imparato che di fronte all’emergenza ci sono diversi tipi di reazione:
– i ragazzini/ragazzine che continuano a telefonare al ragazzo/ragazza a due passi dall’incendio a mo’ di telecronaca di Enzo Miccio;
– quelli che devono buttare la monnezza e la sistemano a due passi dal rogo, il giusto per non aumentare il combustibile, e se ne vanno;
– gli affacciati al balcone, novelli Nerone, che si godono lo spettacolo;
– i commentatori di professione: cos’ ’e pazze! cos’ ’e pazze!
– gli umarell che dànno consigli su dove buttare l’acqua;
– gli umarell che dànno consigli su dove NON buttare l’acqua;
– gli allarmati che gridano: chiamate i pompieri! chiamate i pompieri!
– i risoluti che chiamano i pompieri;
– i pompieri che rispondono di non essere sicuri di poter intervenire perché sai quanti incendi ci sono a Capodanno;
– gli amici dei risoluti con il compito di avvisare tutti che hanno chiamato i pompieri che non arriveranno;
– i cinque fessi che buttano l’acqua sul fuoco con i secchi, un po’ impauriti – attenzione al vetro che scoppia! (vero, scoppia un casino) –, ma che gonfi di adrenalina si sentono eroi per una notte e digeriscono d’incanto tutto il cenone di Capodanno senza la mano santa della citrosodina granulare;
– l’ommo che prende l’estintore dal garage vicino e spegne l’incendio;
– l’altro ommo che prende una pompa e si trasforma in un coreografico draghetto Grisù.

Così l’incendio si spegne e fuma, circondato dagli ultimi arrivati che nicchiano con la testa come i cagnolini nei lunotti di una volta e indicano dove le fiamme si starebbero rinnovando, suggeriscono di chiamare i pompieri e se ne vanno a casa sereni, consapevoli di essere stati determinanti nella risoluzione di una crisi internazionale.

E infine si va a letto, incazzati e affumicati, ma in fondo felici per aver fatto la cosa giusta, seppur minima e tutto sommato poco influente.
Però mi raccomando, voi lo sapete che prendo tutto sul serio, perciò per l’anno prossimo auguratemi solo amore e serenità. Ah, dite che non vanno d’accordo?

I Visitors e l’inibitore di pompa protonica

Farmacia-Visitors

C’è una farmacia, su via Toledo, in mano ai Visitors. Sono tutti bellini bellini bellini, magri, occhi azzurri, di bell’aspetto. Anche di più, diciamo, essi sono piuttosto sexy: c’è la mora ai belletti col naso affilato e due occhi ai raggi X; c’è anche la bionda (i Visitors sono astuti, si replicano per tutti i gusti), ai farmaci, dall’aspetto morigerato e i capelli carrè; infine c’è lui, il farmacista, un Clark Kent efebico e bassino.
Sono fatti benissimo, cuciti a mano e curati in tutti i dettagli, non ti accorgi che non sono umani. Un difetto, a cercarlo, è che sono troppo perfetti.

Prendiamo il Clark Kent de noantri, per esempio. Entro, nemmeno il tempo di avvicinarmi e mi accoglie con un sorriso. (Che vuoi, perché sorridi?, non mi piaci). Chiedo un gastroprotettore, perché dovrei prendere una pillola ad alto potenziale di scavo, utilizzata in tempi recenti in Puglia per i saggi sulla TAP. Esso non partecipa al mio prossimo dolore, anzi, sorride. E mentre sorride mi elenca tre tipi di gastroprotettori che potrei assumere, non capendo di essersi tradito: si sa, gli umani maschi non sono multitasking. Sia quel che sia, dice che potrei prendere un gastroprotettore che dà una prima mano di gesso sulle pareti dello stomaco e poi una seconda mano di pittura gastrorepellente, e mentre spiega mi porge il pantone dei colori tra cui scegliere (ancora multitasking, il fessacchiotto!): rosso sangue rappreso, rosso fiotto arterioso, blu noblesse oblige. Il secondo gastroprotettore, invece, usa la collaudata tecnica “terra dei fuochi”: seppellisce i postumi della vigilia, di Natale e Santo Stefano sotto una colata di cemento armato spessa 50cm a prova di bomba. Il terzo, conclude, inibisce la pompa protonica.

L’informazione cala sotto un silenzio glaciale. L’infame sorride. Mi vuole inibire la pompa protonica e sorride. Non sa con chi ha a che fare, a me la pompa protonica non la inibisce nessuno. Perché io sono un duro (e anche perché non so assolutamente cosa e dove sia, certo). Ma sempre una pompa è, e nessun dannato Visitors me la può inibire. Non lo consento nemmeno a mia madre, che il Signore la sopporti e abbia in gloria.

Il Visitors continua a sorridere e sorrido anch’io. Mentre mi giro verso la mia collega Ermione e le faccio l’occhiolino. Mentre scarto di lato e tiro fuori dalla cartella il tagliacarte d’ordinanza. Mentre lo piazzo nella pancia del Visitors che si toglie gli occhiali e urla un comando alle due farmaciste che ci bersagliano a colpi di ombretti, pennelli da trucco, flaconi giganti di Gaviscon. Uso la cartella come scudo e mi avvino alla mora, attento a non farmi tagliare dal naso affilato che mena fendenti degni di Valentina Pezzali. Ermione, nel frattempo, bersaglia con foga il farmacista con le ultime novità sui coniugi Ferragnez tratte da Instagram. Esso vacilla, sul quarto pianeta della stella Sirio quando sentono la parola Influencer si mettono il termometro, non i tappi nelle orecchie. La mora riesce a infilzarmi il naso nel braccio destro e fa un male cane, mentre la bionda si toglie il tupè e ce lo lancia addosso. Vedo arrivare i carrè acuminati e sento che stiamo per soccombere. Cosa pensavamo di fare, due bancari contro tre Visitors, vendergli una polizza unit linked?

Stringo la mano a Ermione che continua la sua lotta a colpi di gossip e attendo serenamente la fine, mentre lo sghignazzo metallico del farmacista Visitors spegne ogni residua resistenza. Non tanto serenamente, a dire il vero, il bruciore allo stomaco mi sta mangiando da dentro e mi toglie ogni aplomb. Anzi, supera ogni aplomb e sale dal profondo un uragano impetuoso che cerco di frenare ma, anche qui, ogni resistenza è inutile. Arriva inesorabile in tutta la sua potenza e il suo clangore, finalmente mi libero e piove. Piove sugli astanti, sui nostri vestimenti pesanti, e soprattutto sui Visitors che al contatto dei reflussi postnatalizi si sfaldano e rivelano le loro carcasse salmastre e arse.

Mi guardo intorno esterrefatto, Ermione mi sorride e nel silezio da fallout si sente solo lo sfrigolio dei Visitors abbattuti dai cenoni dei Natali passati: insalata di rinforzo 1 – Visitors 0. Pare di sentire anche l’urlo “The Champions, parapappappà!”, ma deve essere un’allucinazione.
Usciamo su via Toledo assorta nel quotidiano tramestio, nessuno si è accorto di nulla e forse è meglio così.
– Incredibile, sono arrivati i Visitors a Napoli – dico.
– Non è incredibile – dice Ermione – sono da sempre in mezzo a noi e ci osservano.
– Ma che ne sai, sono indistinguibili!
– Te ne accorgi dalle piccole cose, dagli impercettibili scarti dalla normalità.
– Come i napoletani juventini?
– Bravo, soprattutto quelli. Li osserviamo pure noi da anni.
– Li osservate? Ma chi siete, i Men in Black?
– Che dici, scemotto, quello è solo un film. Ma ora voglio la tua attenzione per un attimo e che guardi questo faretto rosso…

Pista bianca

Mi chiamo Sardonico Giuseppe, Peppe ’o cammeo per gli amici, e sono agente di Polizia locale volante. Faccio parte di un selezionatissimo gruppo di manovra, pronti all’occorrenza a supportare picchi di operatività fuori media; insomma, tappiamo buchi quando capita. Siamo uomini di azione, abituati ad arrivare dove è richiesta la nostra presenza in un baleno. L’ultima convocazione recitava: scrivere un racconto per il #23APRILE, la Giornata mondiale del libro. e ambientatelo in uno degli hotel #GBH.
Io mi sono fiondato a Courmayeur e ho scelto l’Auberge de la maison, e il racconto sta qua, felice in mezzo a 40 racconti di autori bravi.
Ora, non fate le solite domande sceme tipo tu che ci fai in mezzo agli autori bravi ma andate, scaricate e leggete. Poi fatemi sapere, ho ancora tante storie da raccontarvi.

Thinking in the rain

Piove. Anzi, no: schizzecheia. Piccole gocce che battono invisibili e si infilano dietro le lenti, pungono i quattro capelli appena tagliati. Dovrei affrettare il passo, cercare riparo sotto un balcone, ma oggi no. Oggi mi va di tenere la capa fresca. Avere la grazia di Gene Kelly, ballare leggero e prendere la vita come va e non come viene. Per vedere di nascosto l’effetto che fa.

Ho gabbato Dolce & Gabbana

No, non ho indossato a sbafo uno dei loro modelli o sequestrato una delle loro modelle a scopo, diciamo, didattico. Ma alle ore 9 di giovedì mattina ho violato la sicurezza di San Gregorio Armeno.
Oh, nulla di speciale o premeditato contro la kermesse di Dolce & Gabbana, solo un corno da acquistare. Si sa, per funzionare davvero il portafortuna va regalato, e con questa idea in testa, e con una collega, ci avviamo fiduciosi per San Biagio dei librai. Svoltiamo poi a sinistra per San Gregorio Armeno, dove troviamo una barriera e alcuni addetti in polo e pantaloni neri. O meglio, li trovo da solo ché la collega parla al telefono da venti minuti. Mi avvicino al signore che mi informa del blocco, ed io da buon napoletano – in realtà so poco dell’arte di arrangiarsi, ma quel poco ogni tanto funziona – minimizzo dicendo che dobbiamo regalare un corno a una persona che ne ha davvero bisogno. Ora, io non so cosa sia passato nella testa del signore: se sia prevalso lo stupore per la faccia tosta, la meraviglia di trovare un signore in gessato blu (ma senza cravatta) che alle nove del mattino perora una causa persa oppure la comprensione del dolore, fatto sta che chiama un capo e spiega il tutto. Il capo ascolta, muove il capo su e giù, ci guarda. Poi ci guarda, muove il capo su e giù e ascolta. Infine, pronuncia le fatidiche parole: “Non si potrebbe, ma vi accompagno io” e apre la barriera.
Facile. Facile oltre ogni dire, per la miseria. E invece no, perché la mia collega, sempre attaccata al telefono, chiede ad alta voce il perché del blocco ma non sente tutta la risposta – perché sempre, costantemente, incredibilmente incollata al telefono – e passa urlando che a lei Dolce & Gabbana non piacciono, ma com’è possibile bloccare una strada eccetera eccetera eccetera.
Arriviamo comunque al negozio scortati e circondati dagli sguardi curiosi dei commercianti e degli addetti ai lavori: e chiste chi so’? hanno ‘a essere doie vips! eh, chella ‘a saccio, è ‘a nipote ‘e Sofia Lorèn, ma isso? e chi ‘o sape, adda essere ‘o gorilla!
E nient’altro, abbiamo comprato il corno e amabilmente chiacchierato con il titolare del negozio. Il quale ci ha tranquillamente detto che per i tre giorni di chiusura non avrebbero avuto nulla in cambio, a parte la promessa che per la sfilata sarebbero arrivate cinquecento persone presumibilmente acquirenti generose. Lunedì torno (la mia collega ha dimenticato la giacca, tra un corno e una telefonata) e vi faccio sapere se la scommessa – questa scommessa – è stata vinta. Ma l’altra? Era giusto bloccare intere zone della città? Era giusto perdere 37.000 euro di Cosap?

La polemica impazza e i toni sono, come sempre, da stadio: c’è chi urla: cafoni! e chi osanna le loro creazioni, chi grida al sequestro e chi vede nell’evento un modo – l’unico, a sentir loro – per portare Napoli alla ribalta internazionale, anche se in molti poi lamentano che non ne parla nessuno. C’è pure qualcuno che ha organizzato una controsfilata.
Io credo (so che non me lo hai chiesto, caro lettore, ma se sei arrivato fin qua il pippone finale non potrai evitarlo), innanzitutto, che siano Napoli e la sua storia millenaria a dare lustro a chicchessia, e non il contrario.
Inoltre, non ho difficoltà a pensare di poter chiudere la circolazione a fronte di un vantaggio maggiore per la società. Ma vorrei vederlo, e non solo nelle chiacchiere da internet. Vorrei contare i danari che in ragione di tasse entrano nelle tasche del Comune per ogni maxievento realizzato in città. Perché di questo si parla, ché a me che qualcuno si arricchisca in nero cala poco. Poi, certo, nel lungo termine avranno i loro effetti. Ma questo lungo termine è una guida fallace per gli affari correnti: nel lungo termine siamo tutti morti, come ebbe a dire un economista direi abbastanza affine a chi questi eventi li agogna e permette.

Aggiornamento (9/7): oggi siamo tornati per riprendere la giacca e comprare un cornetto per un’altra amica “bisognosa”. Che dire, c’erano ancora i coriandoli dorati sulla strada e gli artigiani erano contenti, è piaciuta la festa e l’eco che ne avranno. Purtroppo, pare, i cinquecento ospiti non hanno speso granché. Forse pure meno di granché, ma forse torneranno quando ci sarà meno ressa e guarderanno le bancarelle con più calma, magari evitando natali e maxieventi.