Voccastorta

Voccastorta

Che fai quando chiude la lavanderia sotto casa? Oltre a sacramentare in molteplici lingue e dialetti, intendo.
Dopo una miriade di congetture ho verificato che le alternative possibili si riducono sostanzialmente a 3:

  1. metti un annuncio su Bric-à-Brac
  2. accendi un cero al Santo Sapone di Marsiglia
  3. chiami l’amica geniale, quella che risolve tutti i problemi anche in quei giorni, che arriva presto, finisce presto e di solito pulisce pure il water

Io ho scelto la terza, anche perché fondamentalmente agnostico e il glorioso giornale di annunci gratuiti Bric-à-Brac riposa da tempo nel cimitero delle testate.

Chiamo quindi l’amica, che mi consiglia la sua lavanderia. Una raccomandazione, però: fai attenzione che sono precisi. Vabbè, che sarà mai, mi dico.
In ogni caso, prima di recarmi spazzolo per bene l’impermeabile e lo piego seguendo le istruzioni di un video giapponese su Instagram. Arrivo quindi alla lavanderia, e subito ne ho un’ottima impressione: profuma di pulito e non vedo il classico montone di panni alto più o meno come il K2.
Il signore dietro il bancone ha un’aria professionale e mi chiede 12 euro, non prima di avermi comunicato che l’impermeabile sarebbe stato pronto il sabato successivo. Infine, stampa una ricevuta con il mio cognome e si segna il mio numero di cellulare caso mai fosse pronto prima.

Ovviamente non è stato pronto prima, e comincio a sospettare la classica operazione di marketing, ma veniamo al sabato dell’ingaggio. Entro, e davanti a me c’è una coppia di ragazzi gentili. Gentilissimi. Fin troppo gentili. Annuiscono in continuazione.

I capi saranno pronti mercoledì
Oui…
Ma non questo mercoledì, il prossimo mercoledì…
Oui, oui…
Cioè non il prossimo. L’altro…
Oui, oui, oui…
Anzi, sapete che vi dico? Questa giacchetta mi piace e me la tengo…
Oui, oui, oui, oui…

Non proprio così, ma ci siamo capiti. Attendo che escano annuendo in retromarcia e mostro la ricevuta. Il tizio la guarda, legge il numero, controlla se ho pagato – sì, ho pagato in anticipo –, si dirige verso un serpentone mobile tipo seggiovia a cui è appeso un numero imprecisato di capi approssimabile a un milione, capo più, capo meno.
Si avvicina, legge il numero del primo capo, aziona una leva e il serpentone si muove. Zzzzzzzz…
I capi, prima assolutamente inerti, si ringalluzziscono e si dirigono lesti verso il tizio che guarda e guarda e legge e scruta. Il mio numero non c’è. Comincia a sudare. Zzzzzzzz…
Aziona la leva verso sinistra. Altri capi arrivano, altro giro altra giostra. L’impermeabile non c’è. Il sudore aumenta, le lenti si appannano. Zzzzzzzz… Leva a destra. Zzzzzzzz… Poi a sinistra.
Zzzzzzzz…Zzzzzzzz…Zzzzzzzz… Destra, sinistra, destra. Niente da fare, l’impermeabile non c’è.
Il tizio mi guarda con un’espressione del tipo Sicuro che ha portato un impermeabile proprio qui da noi?, invece mi chiede il colore.
Blu, rispondo, ma posso tornare più tardi…

Ora, se c’è una cosa che manda in tilt un precisino è un errore. Non un errore qualsiasi, ma il suo errore. La ricevuta è sua, il numero di cellulare sul retro l’ha scritto di suo pugno, l’impermeabile l’ha perso lui. Ma c’è un’ultima speranza: Mammaaa
Dietro una tenda c’è la madre che stira e propone diverse soluzioni al problema l’hanno rimandato al lavaggio (l’hanno rimandato chi?), hai visto sull’altro stendino, dietro la porta, sopra la panca, poi gioca il jolly: di che colore è?
Sempre blu, rispondo ineffabile, cercando di descriverlo alla bell’e meglio: ha un cappuccio, due tasche (…), altezza al ginocchio…
Ah, ma è un giaccone! chiosa la mamma, mentre il tizio cerca di incenerirla all’istante per poi differenziarla nell’umido. Poi continua a cercare, osservare ricevute, numeri, biglietti, fino a trovare un giaccone impermeabile blu con capuccio e due tasche molto simile al mio.
È lui, è il mio impermeabile! grido quasi per la gioia del ritrovamento, ma soprattutto sollevato per il tizio in piena crisi di nervi per aver azzeccato un biglietto su un capo sbagliato. O viveversa, non ho mica capito.

Comunque, ieri non letto di matricidi in città e mi sento sollevato. E un po’ dispiaciuto, il panico del signore mi ha divertito un po’ troppo. Ma non sono sadico, né mi divertono le disgrazie altrui. Sono un osservatore, mi piace guardare le persone, il modo in cui intrecciano le loro vite con la mia. Registro tutto e a volte, come ora, cerco di restituire a parole il divertimento mio. Che spero un giorno diventi vostro, un modo per sorridere di noi stessi, un tentativo di sopravvivere restando umani. E se non siete d’accordo, se non vi piace, non c’è problema, amici come prima. Basta che me lo diciate in faccia.
Basta che non aspettiate la mia dipartita per poi dirmelo con un manifesto, com’è capitato al povero Voccastorta nella foto in alto.
No, questo non ve lo perdonerei mai. E verrei a tirarvi i piedi nel sonno, come si confà a un beneducato fantasma napoletano.

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