Io, per il duemilaventi

Occhiali rosa
io per il duemilaventi
dico zero scoramenti
o lai e lamenti
ma buoni intedimenti
con tanti snellimenti
senza sbattimenti
e quel po’ di proventi
per non essere scontenti
magari sbalordimenti
sorprese e passioni ardenti
nuovi sperimenti
forza e cimenti
agli amici artisti i riconoscimenti
e i giusti pagamenti
e a chi ci dà tormenti
auguro rodimenti
e a chi finora ha letto ’sti componimenti
auguro quel che v’accontenti
e silenziosi turbamenti
ché la felicità non s’urla ai quattro venti
ma al cuor si stringe stando attenti
che cresca forte e non s’annienti
infin gli occhiali con rosa pigmenti
per guardar gli eventi
col giusto schermo anti-avvilimenti

Avvia spesso conversazioni

Non so se l’avete notato, ma da qualche tempo Facebook ha cominciato ad attribuire alle persone alcune caratteristiche. Nei gruppi di fotografia, per esempio, di qualcuno che pubblica spesso foto Facebook dice che Crea spesso contenuti visivi interessanti. È una specie di etichetta, un modo di dare valore alle persone.
Però c’è un attributo, un’etichetta che mi toglie il sonno: Avvia spesso conversazioni. Che mi vuoi dire, Facebook, che quel tipo è un polemico, un pesantone, una capera, uno che attacca bottone e non si stacca più?
Un tempo si era più gentili. Nel mio palazzo, per esempio, quando ero ragazzo c’era una signorina che chiamavano Omnibus perché faceva tutte le fermate, attaccando bottone con ogni passante.
Facebook, invece, è impietoso. Avvia spesso conversazioni. Che uno legge e si nasconde, mette il risponditore automatico su Messenger, evita di mettere mi piace a qualunque post per 12 ore, anche a quello della soubrettina piacente, insomma fa come quando si incrocia un leone nella savana: si resta immobili. Ma, si sa, non serve a niente. Colui che avvia spesso conversazioni sente l’odore della paura, ti snida e ti annienta con le sue noiosissime confidenze, anche su quello che non volevi sentire, e cioè che lui, almeno, con la soubrettina c’è uscito davvero a prendere un caffè e chissà cos’altro. Verosimilmente niente, ma abbastanza per far venire la gastrite a te e non a loro che il caffè l’hanno sorbito e gustato.

Voccastorta

Voccastorta

Che fai quando chiude la lavanderia sotto casa? Oltre a sacramentare in molteplici lingue e dialetti, intendo.
Dopo una miriade di congetture ho verificato che le alternative possibili si riducono sostanzialmente a 3:

  1. metti un annuncio su Bric-à-Brac
  2. accendi un cero al Santo Sapone di Marsiglia
  3. chiami l’amica geniale, quella che risolve tutti i problemi anche in quei giorni, che arriva presto, finisce presto e di solito pulisce pure il water

Io ho scelto la terza, anche perché fondamentalmente agnostico e il glorioso giornale di annunci gratuiti Bric-à-Brac riposa da tempo nel cimitero delle testate.

Chiamo quindi l’amica, che mi consiglia la sua lavanderia. Una raccomandazione, però: fai attenzione che sono precisi. Vabbè, che sarà mai, mi dico.
In ogni caso, prima di recarmi spazzolo per bene l’impermeabile e lo piego seguendo le istruzioni di un video giapponese su Instagram. Arrivo quindi alla lavanderia, e subito ne ho un’ottima impressione: profuma di pulito e non vedo il classico montone di panni alto più o meno come il K2.
Il signore dietro il bancone ha un’aria professionale e mi chiede 12 euro, non prima di avermi comunicato che l’impermeabile sarebbe stato pronto il sabato successivo. Infine, stampa una ricevuta con il mio cognome e si segna il mio numero di cellulare caso mai fosse pronto prima.

Ovviamente non è stato pronto prima, e comincio a sospettare la classica operazione di marketing, ma veniamo al sabato dell’ingaggio. Entro, e davanti a me c’è una coppia di ragazzi gentili. Gentilissimi. Fin troppo gentili. Annuiscono in continuazione.

I capi saranno pronti mercoledì
Oui…
Ma non questo mercoledì, il prossimo mercoledì…
Oui, oui…
Cioè non il prossimo. L’altro…
Oui, oui, oui…
Anzi, sapete che vi dico? Questa giacchetta mi piace e me la tengo…
Oui, oui, oui, oui…

Non proprio così, ma ci siamo capiti. Attendo che escano annuendo in retromarcia e mostro la ricevuta. Il tizio la guarda, legge il numero, controlla se ho pagato – sì, ho pagato in anticipo –, si dirige verso un serpentone mobile tipo seggiovia a cui è appeso un numero imprecisato di capi approssimabile a un milione, capo più, capo meno.
Si avvicina, legge il numero del primo capo, aziona una leva e il serpentone si muove. Zzzzzzzz…
I capi, prima assolutamente inerti, si ringalluzziscono e si dirigono lesti verso il tizio che guarda e guarda e legge e scruta. Il mio numero non c’è. Comincia a sudare. Zzzzzzzz…
Aziona la leva verso sinistra. Altri capi arrivano, altro giro altra giostra. L’impermeabile non c’è. Il sudore aumenta, le lenti si appannano. Zzzzzzzz… Leva a destra. Zzzzzzzz… Poi a sinistra.
Zzzzzzzz…Zzzzzzzz…Zzzzzzzz… Destra, sinistra, destra. Niente da fare, l’impermeabile non c’è.
Il tizio mi guarda con un’espressione del tipo Sicuro che ha portato un impermeabile proprio qui da noi?, invece mi chiede il colore.
Blu, rispondo, ma posso tornare più tardi…

Ora, se c’è una cosa che manda in tilt un precisino è un errore. Non un errore qualsiasi, ma il suo errore. La ricevuta è sua, il numero di cellulare sul retro l’ha scritto di suo pugno, l’impermeabile l’ha perso lui. Ma c’è un’ultima speranza: Mammaaa
Dietro una tenda c’è la madre che stira e propone diverse soluzioni al problema l’hanno rimandato al lavaggio (l’hanno rimandato chi?), hai visto sull’altro stendino, dietro la porta, sopra la panca, poi gioca il jolly: di che colore è?
Sempre blu, rispondo ineffabile, cercando di descriverlo alla bell’e meglio: ha un cappuccio, due tasche (…), altezza al ginocchio…
Ah, ma è un giaccone! chiosa la mamma, mentre il tizio cerca di incenerirla all’istante per poi differenziarla nell’umido. Poi continua a cercare, osservare ricevute, numeri, biglietti, fino a trovare un giaccone impermeabile blu con capuccio e due tasche molto simile al mio.
È lui, è il mio impermeabile! grido quasi per la gioia del ritrovamento, ma soprattutto sollevato per il tizio in piena crisi di nervi per aver azzeccato un biglietto su un capo sbagliato. O viveversa, non ho mica capito.

Comunque, ieri non letto di matricidi in città e mi sento sollevato. E un po’ dispiaciuto, il panico del signore mi ha divertito un po’ troppo. Ma non sono sadico, né mi divertono le disgrazie altrui. Sono un osservatore, mi piace guardare le persone, il modo in cui intrecciano le loro vite con la mia. Registro tutto e a volte, come ora, cerco di restituire a parole il divertimento mio. Che spero un giorno diventi vostro, un modo per sorridere di noi stessi, un tentativo di sopravvivere restando umani. E se non siete d’accordo, se non vi piace, non c’è problema, amici come prima. Basta che me lo diciate in faccia.
Basta che non aspettiate la mia dipartita per poi dirmelo con un manifesto, com’è capitato al povero Voccastorta nella foto in alto.
No, questo non ve lo perdonerei mai. E verrei a tirarvi i piedi nel sonno, come si confà a un beneducato fantasma napoletano.

Quattro passi

Quattro passi per smaltire la pennica dopo pranzo, quel po’ di vita sovrappeso, le scorie della routine. Quattro passi per accorgerti che le nuvole sono andate via, ramazzate da un venticello fresco che ci vuole una giacca a indossarlo con decoro e per bene. Quattro passi per la via, tra le luci delle vetrine, i fari delle automobili, le trombette stridenti dei bambini. Quattro passi per nuotare contro la corrente dei ragazzi e delle ragazze vestiti per un appuntamento, il primo bacio o l’ennesima birretta con gli amici, figlie e figli, nipoti, sorelle e fratelli minori degli anni miei che mi ostino a portare appresso con incosciente leggerezza. Quattro passi tra i fuochi d’artificio, due ragazzini che filmano col cellulare, un cane che guaisce di paura e tre donne ad abbracciarlo, a dirgli che ha ragione, che non c’è bisogno di sparare in aria la felicità. Che bastano quattro passi ad annusare vestiti nuovi e capelli lisciati, camicie stirate e gonne leggere, ormoni e pizze al forno, sfogliatelle e profumi da adulti, ricorrenze, sorpresa, eccitazione. Quattro passi a guardare la vita e prenderla in prestito, impastarla, lavorarla con le mani, sporcarsi di farina, lievitarla piano e farne pensiero, palpiti nuovi, extrasistole e scarti improvvisi.
Quattro passi, la vita è lì.
Quattro passi, la vita è tutta qui.

Figli di una vecchia canzone

Autostrada libera, pullman veloce, aria condizionata a palla. Siamo in quattro a pendolare, occhi sul telefonino o sui nostri pensieri, comunque verso il basso. Dalle casse arriva la voce di Antonello Venditti, sempre calda, sempre roca, sempre uguale. Sotto il segno dei pesci mi riporta agli anni belli e perdo la concentrazione, chiudo il libro e comincio a sussurrare le parole. Ma non sono il solo. Il ragazzo dalle retrovie chiede all’autista di alzare il volume, la ragazza accanto comincia a cantare, il signore davanti dondola col suo bel pancione.
L’essenza di un classico è tutta qui, una fune tra generazioni che ci lega e unisce, tutti figli di una vecchia canzone.

Una volta c’era Tommaso

Una volta c’era Tommaso, faceva lo scopatore. Era uno di quelli precisi, meticolosi, e dove passava non è che ci potessi mangiare dentro, ma sederti almeno sì. Non faceva una vita bella, Tommaso. Abitava dalle mie parti, in un posto che oggi è un garage o la sede locale di un movimento a qualche stella, non ricordo bene. In effetti era un basso, ma in realtà non lo era, almeno se pensiamo ai bassi napoletani, quelli vissuti più fuori che dentro. In quella strada fuori non ci puoi mettere piede, tra auto parcheggiate e auto che passano il minimo che ti può capitare è una visita mensile al CTO. cazzabbocchioMa ai tempi miei di ragazzo le macchine erano poche, e di fronte a Tommaso c’era una signora che vendeva il cazzabbocchio (grattachecca per i romani, ghiaccio grattato addizionato di sciroppi vari per il resto del mondo). Poi c’erano la Rossa e ‘Ndunino, ma è un’altra storia.
Parlavamo di Tommaso. Ogni tanto lo vedevo fermo per la manutenzione della scopa di saggina, palo addossato a un cancello e corda da stringere forte. Tommaso puliva la strada principale, ma per pulire la nostra, che era privata, credo che prendesse quattro lire di mancia. E pure quello lo faceva bene, con la semplice dedizione di chi rispetta un contratto. Non ho una visione romantica, no, ma di sicuro Tommaso faceva bene il suo lavoro perché sentiva di doverlo fare, punto.
Di sicuro non era amore, né tantomeno un calesse. Era un mondo ancora antico, ma io non ho mai sentito usare la parola scopatore come un’offesa. Oggi ci siamo evoluti con gli operatori ecologici (non ho nulla contro il politically corret, anzi, e chissà se si chiamano ancora così), ma le strade sono sempre più sporche. Con questa e con l’Amministrazione precedente, non c’è verso. Un po’ perché c’è il taglio dei costi (non credo comincino prima dell’alba e di sicuro non lo fanno il primo dell’anno, con la conseguenze che puoi camminare per strada senza rischi non prima del 3 mattina).
Nel mondo moderno di oggi c’è, però, una novità. C’è una coppia di ragazzi che stamattina hanno deciso di scopare e di scopare di brutto. Anche loro con meticolosità e precisione, scopando le carte dietro le auto, verso il marciapiede, dove non si vede una scopa da decenni, e persino sotto. Piegano la schiena e ci dànno dentro, urlando di tanto in tanto il loro BUONGIORNO! ai passanti. Che regalano una moneta e un sorriso, a volte solo una moneta e a volte niente, nemmeno il sorriso. Sono neri, questi ragazzi, armati di guanti e di due scope, una di saggina e una più modesta, da casa. Sono neri e sono belli, un ragazzo e una ragazza con due sorrisi così. Qualcuno penserà che sono furbi, può darsi, ma hanno capito che nel mondo capitalistico se c’è un problema puoi sempre offrire la tua soluzione. Magari hanno capito che nel mondo capitalistico di oggi fanno meglio a rendersi utili che a chiedere l’elemosina. Magari hanno capito che è meglio fare buon viso a cattivo gioco. Io non lo so. So solo che finalmente la strada è pulita grazie a loro e non grazie alla ditta che viene pagata milioni di euro per un servizio che non fa bene. Che poi non riesca per motivi esterni alla sua volontà è tema di confronto con l’Amministrazione comunale o delle aule giudiziarie. Nel frattempo, per qualche ora, prima che noi torniamo a sporcare, mi godo la strada pulita e il loro BUONGIORNO! E le facce stranite di qualche iononsonorazzistama di passaggio.

Non so se son pazzo. O sono un genio

Mi arrivano in spiaggia le parole di una canzone di qualche anno fa e mi viene da sorridere. Non per Fabio Rovazzi, che è ironico (spero). Ma per quelli che le pronunciano convinti di scandalizzarti.
Quelli che io non sono normale!, convinti che mangiare un cornetto a mezzogiorno sia un preciso segnale di devianza.
Quelli che tu non lo sai ma io sono un po’ pazza…, convinti — anzi, convinte, dal mio piccolo osservatorio mi pare di scorgere una predominanza femminile — che vestirsi di un colore anziché un altro li renda simili a Van Gogh, quantomeno nella sua ipotetica follia.
Ragazzi (vocativo intertemporale), ormai non ci scandalizza più nulla — nemmeno che la voce di Giusy Ferreri tenda più a Manu Chao che a Amy WinehouseNorman Batesfiguratevi se non sappiamo collocarvi in quella vastissima regione sempre più densamente abitata dagli idropenesaturi.
E, soprattutto, non provateci. I pazzi veri soffrono. I pazzi veri non sanno di esserlo. Andate in quelle strutture che ospitano chi ha solo una lieve disabilità mentale e fateci sapere. Anzi, dite che vi mando io, vi faranno uno sconto sulla tariffa.
Tra pazzi ci si s’intende, no?

Una lieve increspatura

Un giorno mi dicesti che non ti piaceva il mare di pomeriggio. Lo trovai strano, a me il mare di pomeriggio piaceva tantissimo. Ricordo che mi dispiacque un po’. Un dispiacere leggero, una lieve increspatura nel tessuto delle nostre parole, ma ieri, forse, ho capito perché.
Il mare di pomeriggio sapeva di sole tiepido e luce d’arancia, di chiacchiere e di vento. Aveva il rumore forte della risacca che s’incrociava coi cuori nostri impazziti a correre dietro a un amore estivo o a guardare l’azzurro che piano piano cresceva nel blu, mentre crescevamo anche noi cullati da quella brezza dolce e impetuosa. Eravamo semplicemente noi, il mare di pomeriggio, noi che ci preparavamo alla sera della vita e che per ventura, o per fortuna, alla notte non ci preparammo mai.
Ieri ho visto che l’acqua del mare di pomeriggio è torbida, per questo non ti piaceva, colpa dei raggi del sole che non entrano dritti ma la carezzano solo di lato, e forse è per questo che ci piaceva il mare di pomeriggio, a noi che forse volevamo solo tenere dentro il più possibile la dolcezza del mondo, a noi che un giorno avremmo indossato occhiali per continuare a vedere quello che da ragazzi nascondevamo dietro la nostra sfacciata, prepotente e presuntuosissima gioventù.

Bibbiano, la sfiga di chiamarsi onlus o cooperativa sociale

Non ho intenzione di scatenare flame e non mi interessa la polemica gratuita, né mi piace commentare a caldo le notizie di cronaca (se ne parla bene su valigiablu e sul Post), ma ho letto cose che voi umani potete benissimo immaginare. Quello che mi interessa è condividere un paio di riflessioni a freddo, o quantomeno dopo qualche giorno di digestione. In Italia esistono leggi e strumenti a tutela dei bambini. Possono essere migliorate, come tutte le cose umane, ma esistono. Tra queste, la possibilità di togliere temporaneamente un bambino alla famiglia di origine e affidarlo a persone che possano tutelarne la crescita, persone che spesso lavorano in cooperative sociali o associazioni. Che, posso dirlo per esperienza diretta, operano per garantire al bambino diritti e affetto, venendo poi spesso remunerate dopo mesi. Nel caso di enti particolarmente disastrati, questi mesi possono diventare anni. Tenetelo a mente: spesso, molto spesso, lavorano e vengono pagati dopo 12 mesi, ma pure 24 o 36, dipende. Non so voi, ma a me verrebbe da piangere. Sono soldi quasi sempre sicuri, è vero, ma io non saprei come sfamare i miei figli se facessi quel lavoro. In ogni caso, svolgono un lavoro delicato e di grande importanza per la società. (Parlo della normalità, le eccezioni sono, appunto, eccezioni e con quelle chiunque può avere ragione). Lavorano con bambini che non possono stare nelle famiglie di origine perché queste, per pochi mesi oppure tanti, non riescono a crescerli come la nostra società pensa che debbano crescere. Non perché sono poveri, come la narrazione corrente ci impone, ma perché non ce la fanno proprio (errori a parte, ovviamente, ma serve ripeterlo?). E non basta un assistente sociale per toglierli alla famiglia, ma molto di più (urgenze a parte). Ci sono famiglie orribili, le stesse di cui si parla solo grazie a qualche orribile fatto di cronaca, e non bastano le parole di una madre – seppure strazianti e spesso sincere, quasi sempre strumentalizzate – a crescere un bambino. Ricordiamocene, quando un bambino muore di mazzate, di come siamo portati a pensare che meglio di mamma e papà non c’è nessuno. Non è così. Ahimè, non è sempre così. Ficchiamocelo in testa. Per carità, le leggi possono essere migliorate, come pure le procedure di controllo. Per carità, i colpevoli di ogni abuso devono essere giudicati e puniti. Ma esiste un sistema che tutela migliaia di bambini e spesso ci riesce. Quantomeno a sfamarli, tenerli sani, mandarli a scuola. E spesso a educarli alla legge e al rispetto (se pensate sia scontato, non conoscete tanti bambini cresciuti nelle famiglie che vivono in ambienti criminali o vicini a questi ambienti). E questo sistema prevede che le strutture che li ospitano siano gestite da enti nonprofit, che significa che non lucrino sui soldi pubblici. Significa che si paghino gli stipendi agli operatori ma non un lucro a un investitore in capitali. Significa che lo Stato non vuole finanziare il lucro ma che ci sia il giusto guadagno per chi lavora. (Spesso dimentica di pagare in tempi celeri, ma vabbè). Non casco dal pero e so bene che ci sono casi in cui le associazioni e le cooperative sociali sono solo una maschera per imprenditori “capitalisti”, ma non è la maggioranza. E se lo fosse, non mi pare che questo sia il problema di cui si dibatte. Nella narrazione di questi giorni (ma viene da lontano) il male sono le cooperative sociali, le associazioni, tutti coloro che, insomma, strappano i bambini ai genitori e campano sulle spalle nostre. E a nulla vale ragionare che i bambini sono indirizzati da giudici e che questi soggetti non lucrano ma hanno diritto a una giusta retribuzione. No, loro sono il male. Così, semplicemente. E noi caschiamo come allocchi in questa stupida generalizzazione che vede chi non lucra un nemico nostro e dello Stato. Un tempo i comunisti puntavano il dito contro i capitalisti, e anche quella era una generalizzazione. Ci sono stati e ci sono capitalisti buoni e cattivi, lo sappiamo. Ma i comunisti non erano stupidi, avevano studiato. E avevano trovato il male nel capitale, nella sua formazione e nel suo “mantenimento” (sono pensieri veloci, lasciatemeli passare). Ecco, forse il problema è lì. Oggi non studiamo più, e forse non studiavamo pure allora. Ma chi ci governava sì, e gli oppositori pure. Ed erano classe dirigente.

(Sono pensieri in libertà, uno spunto per riflettere, prendeteli come tali e non scatenate l’inferno. Fa troppo caldo, quest’è).

Circumvesuviana, interno giorno

Circumvesuviana, interno giorno. Treno fermo a Ercolano al terzo binario, in attesa che il Campania Express per i turisti arrivi, sbarchi e ci sopravanzi. Fa caldo, nel treno fermo. Quando corre, il vento agita le molecole di sudore e le fa fesse, ma quand’è fermo è l’anticamera dell’inferno. Mi guardo intorno e vedo fantasmi sudati che ghignano infelici; tra un ghigno e un ululare di catene mi immagino nel vagone piombato di Cassandra Crossing, quindi mi alzo risoluto ed esco a prendere aria. Non l’avessi mai fatto: l’aria che ristagna più in alto del metro e settanta ha uno scarto termico di almeno tre gradi e fuori c’è Bafometto che vende ghiaccioli al Trinidad Moruga Scorpion, il peperoncino più piccante al mondo. Rientro sconfortato, mentre il Campania Express arriva e fa i suoi comodi. Decido di non sedermi sui sedili grigliati e resto in piedi, mentre una signora mi guarda. Sarà stato il caldo oppure il calo glicemico, ma non riesco a descrivervi lo sguardo. La mia coetanea mi guarda fisso per un tempo indefinito, non saprei se per la mia bellezza o per un collasso incipiente, anche se una paresi facciale mi pare l’ipotesi più probabile. Io resto fermo di sguincio, come se il fatto non sia il mio, attento a non incrociare quello sguardo di fuoco (fa troppo caldo, capisci a me).
La signora parla con un compagno di sedile e commenta, senza staccarmi gli occhi di dosso: “Io non capisco perché voi uomini dovete soffrire. Guarda a chillo co ‘e llente (che sarei io), ma nun se more ‘e cavero? Cu chella giacca, po’… ca sicondo me è pure pesante…“.
Ecco, mi mancava solo il pubblico ludibrio per finire in gloria la giornata. Me ne torno a casa con la coda tra le gambe (il che aumenta in maniera proporzionale la temperatura corporea nelle parti basse) e penso con nostalgia ai tempi in cui tutti gli uomini indossavano la giacca e tutte le donne li perculavano sottovoce, con quel rispetto di facciata che era solo – finalmente l’abbiamo capito – attenzione a che non ci facessimo troppo male.