I Visitors e l’inibitore di pompa protonica

Farmacia-Visitors

C’è una farmacia, su via Toledo, in mano ai Visitors. Sono tutti bellini bellini bellini, magri, occhi azzurri, di bell’aspetto. Anche di più, diciamo, essi sono piuttosto sexy: c’è la mora ai belletti col naso affilato e due occhi ai raggi X; c’è anche la bionda (i Visitors sono astuti, si replicano per tutti i gusti), ai farmaci, dall’aspetto morigerato e i capelli carrè; infine c’è lui, il farmacista, un Clark Kent efebico e bassino.
Sono fatti benissimo, cuciti a mano e curati in tutti i dettagli, non ti accorgi che non sono umani. Un difetto, a cercarlo, è che sono troppo perfetti.

Prendiamo il Clark Kent de noantri, per esempio. Entro, nemmeno il tempo di avvicinarmi e mi accoglie con un sorriso. (Che vuoi, perché sorridi?, non mi piaci). Chiedo un gastroprotettore, perché dovrei prendere una pillola ad alto potenziale di scavo, utilizzata in tempi recenti in Puglia per i saggi sulla TAP. Esso non partecipa al mio prossimo dolore, anzi, sorride. E mentre sorride mi elenca tre tipi di gastroprotettori che potrei assumere, non capendo di essersi tradito: si sa, gli umani maschi non sono multitasking. Sia quel che sia, dice che potrei prendere un gastroprotettore che dà una prima mano di gesso sulle pareti dello stomaco e poi una seconda mano di pittura gastrorepellente, e mentre spiega mi porge il pantone dei colori tra cui scegliere (ancora multitasking, il fessacchiotto!): rosso sangue rappreso, rosso fiotto arterioso, blu noblesse oblige. Il secondo gastroprotettore, invece, usa la collaudata tecnica “terra dei fuochi”: seppellisce i postumi della vigilia, di Natale e Santo Stefano sotto una colata di cemento armato spessa 50cm a prova di bomba. Il terzo, conclude, inibisce la pompa protonica.

L’informazione cala sotto un silenzio glaciale. L’infame sorride. Mi vuole inibire la pompa protonica e sorride. Non sa con chi ha a che fare, a me la pompa protonica non la inibisce nessuno. Perché io sono un duro (e anche perché non so assolutamente cosa e dove sia, certo). Ma sempre una pompa è, e nessun dannato Visitors me la può inibire. Non lo consento nemmeno a mia madre, che il Signore la sopporti e abbia in gloria.

Il Visitors continua a sorridere e sorrido anch’io. Mentre mi giro verso la mia collega Ermione e le faccio l’occhiolino. Mentre scarto di lato e tiro fuori dalla cartella il tagliacarte d’ordinanza. Mentre lo piazzo nella pancia del Visitors che si toglie gli occhiali e urla un comando alle due farmaciste che ci bersagliano a colpi di ombretti, pennelli da trucco, flaconi giganti di Gaviscon. Uso la cartella come scudo e mi avvino alla mora, attento a non farmi tagliare dal naso affilato che mena fendenti degni di Valentina Pezzali. Ermione, nel frattempo, bersaglia con foga il farmacista con le ultime novità sui coniugi Ferragnez tratte da Instagram. Esso vacilla, sul quarto pianeta della stella Sirio quando sentono la parola Influencer si mettono il termometro, non i tappi nelle orecchie. La mora riesce a infilzarmi il naso nel braccio destro e fa un male cane, mentre la bionda si toglie il tupè e ce lo lancia addosso. Vedo arrivare i carrè acuminati e sento che stiamo per soccombere. Cosa pensavamo di fare, due bancari contro tre Visitors, vendergli una polizza unit linked?

Stringo la mano a Ermione che continua la sua lotta a colpi di gossip e attendo serenamente la fine, mentre lo sghignazzo metallico del farmacista Visitors spegne ogni residua resistenza. Non tanto serenamente, a dire il vero, il bruciore allo stomaco mi sta mangiando da dentro e mi toglie ogni aplomb. Anzi, supera ogni aplomb e sale dal profondo un uragano impetuoso che cerco di frenare ma, anche qui, ogni resistenza è inutile. Arriva inesorabile in tutta la sua potenza e il suo clangore, finalmente mi libero e piove. Piove sugli astanti, sui nostri vestimenti pesanti, e soprattutto sui Visitors che al contatto dei reflussi postnatalizi si sfaldano e rivelano le loro carcasse salmastre e arse.

Mi guardo intorno esterrefatto, Ermione mi sorride e nel silezio da fallout si sente solo lo sfrigolio dei Visitors abbattuti dai cenoni dei Natali passati: insalata di rinforzo 1 – Visitors 0. Pare di sentire anche l’urlo “The Champions, parapappappà!”, ma deve essere un’allucinazione.
Usciamo su via Toledo assorta nel quotidiano tramestio, nessuno si è accorto di nulla e forse è meglio così.
– Incredibile, sono arrivati i Visitors a Napoli – dico.
– Non è incredibile – dice Ermione – sono da sempre in mezzo a noi e ci osservano.
– Ma che ne sai, sono indistinguibili!
– Te ne accorgi dalle piccole cose, dagli impercettibili scarti dalla normalità.
– Come i napoletani juventini?
– Bravo, soprattutto quelli. Li osserviamo pure noi da anni.
– Li osservate? Ma chi siete, i Men in Black?
– Che dici, scemotto, quello è solo un film. Ma ora voglio la tua attenzione per un attimo e che guardi questo faretto rosso…

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Ho gabbato Dolce & Gabbana

No, non ho indossato a sbafo uno dei loro modelli o sequestrato una delle loro modelle a scopo, diciamo, didattico. Ma alle ore 9 di giovedì mattina ho violato la sicurezza di San Gregorio Armeno.
Oh, nulla di speciale o premeditato contro la kermesse di Dolce & Gabbana, solo un corno da acquistare. Si sa, per funzionare davvero il portafortuna va regalato, e con questa idea in testa, e con una collega, ci avviamo fiduciosi per San Biagio dei librai. Svoltiamo poi a sinistra per San Gregorio Armeno, dove troviamo una barriera e alcuni addetti in polo e pantaloni neri. O meglio, li trovo da solo ché la collega parla al telefono da venti minuti. Mi avvicino al signore che mi informa del blocco, ed io da buon napoletano – in realtà so poco dell’arte di arrangiarsi, ma quel poco ogni tanto funziona – minimizzo dicendo che dobbiamo regalare un corno a una persona che ne ha davvero bisogno. Ora, io non so cosa sia passato nella testa del signore: se sia prevalso lo stupore per la faccia tosta, la meraviglia di trovare un signore in gessato blu (ma senza cravatta) che alle nove del mattino perora una causa persa oppure la comprensione del dolore, fatto sta che chiama un capo e spiega il tutto. Il capo ascolta, muove il capo su e giù, ci guarda. Poi ci guarda, muove il capo su e giù e ascolta. Infine, pronuncia le fatidiche parole: “Non si potrebbe, ma vi accompagno io” e apre la barriera.
Facile. Facile oltre ogni dire, per la miseria. E invece no, perché la mia collega, sempre attaccata al telefono, chiede ad alta voce il perché del blocco ma non sente tutta la risposta – perché sempre, costantemente, incredibilmente incollata al telefono – e passa urlando che a lei Dolce & Gabbana non piacciono, ma com’è possibile bloccare una strada eccetera eccetera eccetera.
Arriviamo comunque al negozio scortati e circondati dagli sguardi curiosi dei commercianti e degli addetti ai lavori: e chiste chi so’? hanno ‘a essere doie vips! eh, chella ‘a saccio, è ‘a nipote ‘e Sofia Lorèn, ma isso? e chi ‘o sape, adda essere ‘o gorilla!
E nient’altro, abbiamo comprato il corno e amabilmente chiacchierato con il titolare del negozio. Il quale ci ha tranquillamente detto che per i tre giorni di chiusura non avrebbero avuto nulla in cambio, a parte la promessa che per la sfilata sarebbero arrivate cinquecento persone presumibilmente acquirenti generose. Lunedì torno (la mia collega ha dimenticato la giacca, tra un corno e una telefonata) e vi faccio sapere se la scommessa – questa scommessa – è stata vinta. Ma l’altra? Era giusto bloccare intere zone della città? Era giusto perdere 37.000 euro di Cosap?

La polemica impazza e i toni sono, come sempre, da stadio: c’è chi urla: cafoni! e chi osanna le loro creazioni, chi grida al sequestro e chi vede nell’evento un modo – l’unico, a sentir loro – per portare Napoli alla ribalta internazionale, anche se in molti poi lamentano che non ne parla nessuno. C’è pure qualcuno che ha organizzato una controsfilata.
Io credo (so che non me lo hai chiesto, caro lettore, ma se sei arrivato fin qua il pippone finale non potrai evitarlo), innanzitutto, che siano Napoli e la sua storia millenaria a dare lustro a chicchessia, e non il contrario.
Inoltre, non ho difficoltà a pensare di poter chiudere la circolazione a fronte di un vantaggio maggiore per la società. Ma vorrei vederlo, e non solo nelle chiacchiere da internet. Vorrei contare i danari che in ragione di tasse entrano nelle tasche del Comune per ogni maxievento realizzato in città. Perché di questo si parla, ché a me che qualcuno si arricchisca in nero cala poco. Poi, certo, nel lungo termine avranno i loro effetti. Ma questo lungo termine è una guida fallace per gli affari correnti: nel lungo termine siamo tutti morti, come ebbe a dire un economista direi abbastanza affine a chi questi eventi li agogna e permette.

Aggiornamento (9/7): oggi siamo tornati per riprendere la giacca e comprare un cornetto per un’altra amica “bisognosa”. Che dire, c’erano ancora i coriandoli dorati sulla strada e gli artigiani erano contenti, è piaciuta la festa e l’eco che ne avranno. Purtroppo, pare, i cinquecento ospiti non hanno speso granché. Forse pure meno di granché, ma forse torneranno quando ci sarà meno ressa e guarderanno le bancarelle con più calma, magari evitando natali e maxieventi.

Circumvesumanità, appunti

Circumvesuviana

Quarant’anni con la faccia a cinese, occhiaie profonde, capelli brizzolati tenuti alti da un paio di Lozza color rame brunito. Camicia hawaiana a fiori grandi rosa sotto un giubbino in pelle nera con zip bianche. Anche i pantaloni inneggiano al bianco, pallido, così come le scarpe da ginnastica alte e demodé. La pesante catena al collo a doppio giro con anellone non gli pesa sul collo dritto, né la borchia alla old West, enorme, sulla cintura marron. È seduto, tra le gambe una busta gialla da boutique, la mano a reggere un mento pensoso, quasi a grattare i pensieri che affiorano dalla barba aspra della sera. Dalla busta caccia un plico di fogli A4 spillati, un copione? È attore o regista? No, scrittore. Prende appunti, anche lui come me, e forse proprio su di me. Mi fermo improvvisamente, ho un cannocchiale puntato sulla mia galassia e faccio ciao ciao con la manina. Poi torno a leggere gli altri viaggiatori della sera.

Favorite!

Non si tratta solo di cibo. Non si tratta solo di cultura. Quando a Napoli si apparecchia una tavola si mette sempre in conto di avere un ospite, un amico, un estraneo a cui dire: favorite! Che significa: mangia con me, dividiamoci un pezzo di pane, stiamo insieme per pochi minuti ma stiamo insieme.
Con Napoli a tavola in cento parole tentiamo proprio di venire da ognuno di voi e dire: favorite. Io parlerò, in rima, di cotiche e fagioli. Leggete i racconti, le poesie, ammirate le ricette. State a tavola con noi, insieme non invecchieremo mai.

E da voi, come si dice?

https://goo.gl/cE3khU

Un bel tacer non fu mai detto

 photo blah blah blah.jpg
Opera di Mel Bochner (http://www.rxart.net/artists/mel–bochner)

“Il ladrocinio è un elemento costitutivo dei politici. Esiste una politica virtuosa e onesta, ma accanto c’è una politica ladra che convive con quella perbene.
E sì, la chiacchiera facile è un elemento costitutivo dei magistrati. Esiste una magistratura virtuosa e onesta, ma accanto c’è una magistratura vaniloquente che convive con quella perbene.
Se non guardiamo in faccia questa realtà, se proseguiamo con i negazionismi, non possiamo approntare interventi strutturali per combattere i politici ladri e i magistrati che parlano a schiovere(*)”.

Cos’è, vi suonano strane queste parole? Vi sembrano – sentitevi liberi, non girateci intorno – un’emerita cazzata?

Cambiate ladrocinio e chiacchiera facile con camorra, e politici o magistrati con società napoletana, apprezzerete meglio cos’ha detto questo signore qua (link).

(*) a vuoto (NdT)

Napoli si racconta

Raccontare Napoli. Un’impresa titanica, da far tremare le ginocchia, la mascella e gli accessori tutti. Poi che c’entro io che sono cafone di provincia e mi sono inventato un quartiere.
Raccontare Napoli. Una cosa facile, due parole su mandolini, pizza fritta e putipù, e te la cavi. Una mezza parola sulla camorra e soprattutto tante risate. Ma chi ci crede?
Raccontare Napoli. La città che brucia, ogni giorno un falò di monnezza e vanità. Un mito che si ricrea ogni giorno dalle sue ceneri, la bella addormentata scippata sull’R2. Ma pure canto, teatro e letteratura nuovi, sguardi critici e mai banali.
Raccontare Napoli e amare Napoli odiandola ogni giorno, maledicendo il pressappochismo, il vulimmece bene, lo sgambetto quotidiano, il fatte ‘e cazze tuoie, tutte quante avimma campà.
Raccontare Napoli e desiderare la normalità, uno scambio culturale con Berna senza passare per Chiasso e soprattutto per Casino.
Raccontare Napoli, e meno male che c’erano Pino Imperatore e Antonio Menna a tenere alta la bandiera, troppo occupato io a fare ciao ciao con la manina.
Raccontare Napoli a Francavilla al mare, una cittadina deliziosa che ci ha accolti con un affetto d’altri tempi, quando si andava più piano e l’ospite non puzzava dopo tre minuti. Con un sindaco davvero in bicicletta, un ex consigliere regionale che ti stringe la mano senza il classico “lei non sa chi sono io” e per saperlo abbiamo dovuto scomodare il Mossad (abbiamo provato con i servizi segreti italiani ma la Sip ha risposto: “L’utente chiamato ha cambiato acronimo…”). Con persone vere e sorridenti. Una Libreria Mondadori Francavilla deliziosa. Un lungomare infestato dalle biciclette e un tramonto all’incontrario.
Raccontare Napoli grazie a Marco Proietti Mancini che ha dimostrato una volta ancora la bellezza dell’integrità (che avevate capito…) e Carla Porcaro, amica nuova e garibaldina, che hanno organizzato, dal niente, un magnifico omaggio a una città che non ha ancora imparato ad essere, responsabilmente, ‘O paese d’ ‘o sole.

Di’, com’è fatta questa città, come si governa?

No Globes di Dorothy
“No Globes” è un’opera d’arte di Dorothy
http://www.wearedorothy.com/shop/no-globes

È fatta male, questa città. È fatta storta. È fatta di blocchi squadrati di tufo, è fatta di scarti. È fatta di sudore rappreso al sole d’estate. È fatta di sorrisi scugnizzi. È fatta di pianti. Dei nonni emigrati, dei padri scappati, delle donne sul ciglio della vita, lo sguardo fermo a un ricordo di bimba e la mano a donare un istante di felicità.

Come si governa? Non si governa, questa città. Non si imbriglia, non si guida. Né si lascia guidare, altezzosa e fiera com’è. Belva di un tempo che fu, chiatta del bello dei giorni vecchi vissuti scamazzando gente che non protesta, non urla più.

Non si governa, questa città. Sapessi in quanti ci hanno provato. Duci, sindaci, prefetti, in tanti hanno osato e fallito, latrato e guaito, cani al laccio del padrone che ingrassa, impantanati nella melassa delle parole fuse nell’odio di classe, parole smargiasse nate già vuote, aborti della politica della pezza e del sapone, la pezza al popolino e il sapone già svenduto al primo che arriva, mangia, rutta e se ne va. Continua a leggere

Prima pagare poi dipingere

Caravaggio nell'Archivio Storico Banco di Napoli

M’è venuto in mente il tormentone di Andrea Pazienza quando, nell’Archivio Storico del Banco di Napoli, ho visto questo pagamento a Michelangelo Caravaggio. E ho pensato che anche dal vituperato denaro, lo sterco del demonio, possono nascere margherite. Trecento stanze di archivi, milioni di incassi e pagamenti, versamenti, accensioni ed estinzioni di debiti, una storia certificata di una città senza eguali. Tutto questo è da tempo a disposizione degli studiosi, ma i nuovi responsabili stanno lavorando per farne un museo vivo e aperto a tutti. Perché la storia siamo noi. E vedere che il Vico per vivere dava ripetizioni e che Garibaldi non onorava i debiti ce la rende più vicina e accessibile. Serve per ricordare che gli eroi sono uomini, e che noi uomini siamo pure un po’ eroi, quando riusciamo a portare avanti una famiglia e una vita. E fa bene al cuore sapere che a Napoli ci sono ancora energie belle. Io lo so da tempo, il mestiere che faccio me le mostra ogni giorno, ma ogni tanto fa piacere spifferarlo in giro.

Una quotidiana iniezione di felicità

Non ce l’ho fatta, mi sono arreso. Non potevo non infettarmi, lasciarmi coinvolgere, diventare un tifoso. Ormai saranno sette, otto anni che lo bevo. Però casco dal pero ogni volta, quando vengo mezzo in mezzo tra un napoletano verace e un caffè.

Caffè doppioIeri vado da un cliente, un arzillo ottantacinquenne. Come va, come non va, eh! un po’ di bronchite, gli acciacchi dell’età, ma state una bellezza, lo volete un caffè, grazie sì. Dopo una decina di minuti arrivano due bicchierini di carta su un vassoio portati dal giovane assistente, una settantina d’anni a dir poco.
Prendo il mio, lo guardo dall’alto e vedo una cremina marroncino chiaro spruzzata da soffi marrone scuro. Cacao, azzardo, una roba da professionista. Poi avvicino il naso e avverto una nota strana che si fa largo con determinazione e dolce violenza tra le brume allergiche delle mie narici. Ma è un caffè corretto! Penso, ed esclamo sorpreso, per poi alzare la testa e vedere due occhioni eccitati e bambini alle dieci del mattino. Napoli e il caffè. Una quotidiana iniezione di felicità.