‘O mostro

Questa affissione mi ha divertito molto. Non conosco la scuola di lingue straniere di Pollenza Trocchia, non so se son bravi a insegnarlo, l’inglese, ma di certo sono stati bravi ad attirare l’attenzione.
'O mostro
Oltre il divertimento, però, c’è una domanda che mi pongo da tempo e riguarda un mutamento del Napoletano: quand’è successo che siamo diventati così assoluti, così perentori? Nel manifesto, per fare un complimento, scrivono Si’ ‘o mostro. Io avrei detto: Si’ nu mostro. Voi come lo dite?
Forse è un problema generazionale. La lingua muta con il tempo ed evolve; si allarga, si stringe, si adatta, abbraccia nuove parole e muta quelle esistenti.
Oggi, per esempio, si usa molto pariare, un verbo utilizzato per dire cose spesso simili ma anche diverse, e io non capisco la metà di quello che dicono.
Oppure, tornando al tema iniziale, di una persona brutta sento dire che è ‘o cesso.
Non lo dicono i miei coetanei, almeno credo, ma dai quarantacinque in giù viene usato spesso. Ma perché dite — le donne in maggioranza, mi pare — che un uomo è ‘o cesso? Li avete passati tutti in rassegna? Essere nu cesso semplice non bastava? C’è una graduatoria e lui, proprio lui, è arrivato al traguardo sbaragliando la concorrenza? È il padre di tutti i cessi, sta di casa nell’Iperuranio?
Ditemi la verità, vi prego, sull’amore.

Voccastorta

Voccastorta

Che fai quando chiude la lavanderia sotto casa? Oltre a sacramentare in molteplici lingue e dialetti, intendo.
Dopo una miriade di congetture ho verificato che le alternative possibili si riducono sostanzialmente a 3:

  1. metti un annuncio su Bric-à-Brac
  2. accendi un cero al Santo Sapone di Marsiglia
  3. chiami l’amica geniale, quella che risolve tutti i problemi anche in quei giorni, che arriva presto, finisce presto e di solito pulisce pure il water

Io ho scelto la terza, anche perché fondamentalmente agnostico e il glorioso giornale di annunci gratuiti Bric-à-Brac riposa da tempo nel cimitero delle testate.

Chiamo quindi l’amica, che mi consiglia la sua lavanderia. Una raccomandazione, però: fai attenzione che sono precisi. Vabbè, che sarà mai, mi dico.
In ogni caso, prima di recarmi spazzolo per bene l’impermeabile e lo piego seguendo le istruzioni di un video giapponese su Instagram. Arrivo quindi alla lavanderia, e subito ne ho un’ottima impressione: profuma di pulito e non vedo il classico montone di panni alto più o meno come il K2.
Il signore dietro il bancone ha un’aria professionale e mi chiede 12 euro, non prima di avermi comunicato che l’impermeabile sarebbe stato pronto il sabato successivo. Infine, stampa una ricevuta con il mio cognome e si segna il mio numero di cellulare caso mai fosse pronto prima.

Ovviamente non è stato pronto prima, e comincio a sospettare la classica operazione di marketing, ma veniamo al sabato dell’ingaggio. Entro, e davanti a me c’è una coppia di ragazzi gentili. Gentilissimi. Fin troppo gentili. Annuiscono in continuazione.

I capi saranno pronti mercoledì
Oui…
Ma non questo mercoledì, il prossimo mercoledì…
Oui, oui…
Cioè non il prossimo. L’altro…
Oui, oui, oui…
Anzi, sapete che vi dico? Questa giacchetta mi piace e me la tengo…
Oui, oui, oui, oui…

Non proprio così, ma ci siamo capiti. Attendo che escano annuendo in retromarcia e mostro la ricevuta. Il tizio la guarda, legge il numero, controlla se ho pagato – sì, ho pagato in anticipo –, si dirige verso un serpentone mobile tipo seggiovia a cui è appeso un numero imprecisato di capi approssimabile a un milione, capo più, capo meno.
Si avvicina, legge il numero del primo capo, aziona una leva e il serpentone si muove. Zzzzzzzz…
I capi, prima assolutamente inerti, si ringalluzziscono e si dirigono lesti verso il tizio che guarda e guarda e legge e scruta. Il mio numero non c’è. Comincia a sudare. Zzzzzzzz…
Aziona la leva verso sinistra. Altri capi arrivano, altro giro altra giostra. L’impermeabile non c’è. Il sudore aumenta, le lenti si appannano. Zzzzzzzz… Leva a destra. Zzzzzzzz… Poi a sinistra.
Zzzzzzzz…Zzzzzzzz…Zzzzzzzz… Destra, sinistra, destra. Niente da fare, l’impermeabile non c’è.
Il tizio mi guarda con un’espressione del tipo Sicuro che ha portato un impermeabile proprio qui da noi?, invece mi chiede il colore.
Blu, rispondo, ma posso tornare più tardi…

Ora, se c’è una cosa che manda in tilt un precisino è un errore. Non un errore qualsiasi, ma il suo errore. La ricevuta è sua, il numero di cellulare sul retro l’ha scritto di suo pugno, l’impermeabile l’ha perso lui. Ma c’è un’ultima speranza: Mammaaa
Dietro una tenda c’è la madre che stira e propone diverse soluzioni al problema l’hanno rimandato al lavaggio (l’hanno rimandato chi?), hai visto sull’altro stendino, dietro la porta, sopra la panca, poi gioca il jolly: di che colore è?
Sempre blu, rispondo ineffabile, cercando di descriverlo alla bell’e meglio: ha un cappuccio, due tasche (…), altezza al ginocchio…
Ah, ma è un giaccone! chiosa la mamma, mentre il tizio cerca di incenerirla all’istante per poi differenziarla nell’umido. Poi continua a cercare, osservare ricevute, numeri, biglietti, fino a trovare un giaccone impermeabile blu con capuccio e due tasche molto simile al mio.
È lui, è il mio impermeabile! grido quasi per la gioia del ritrovamento, ma soprattutto sollevato per il tizio in piena crisi di nervi per aver azzeccato un biglietto su un capo sbagliato. O viveversa, non ho mica capito.

Comunque, ieri non letto di matricidi in città e mi sento sollevato. E un po’ dispiaciuto, il panico del signore mi ha divertito un po’ troppo. Ma non sono sadico, né mi divertono le disgrazie altrui. Sono un osservatore, mi piace guardare le persone, il modo in cui intrecciano le loro vite con la mia. Registro tutto e a volte, come ora, cerco di restituire a parole il divertimento mio. Che spero un giorno diventi vostro, un modo per sorridere di noi stessi, un tentativo di sopravvivere restando umani. E se non siete d’accordo, se non vi piace, non c’è problema, amici come prima. Basta che me lo diciate in faccia.
Basta che non aspettiate la mia dipartita per poi dirmelo con un manifesto, com’è capitato al povero Voccastorta nella foto in alto.
No, questo non ve lo perdonerei mai. E verrei a tirarvi i piedi nel sonno, come si confà a un beneducato fantasma napoletano.

Note strimpellate

Ha una maglietta viola e la fronte alta a reggere i corti capelli brizzolati. Imbraccia una chitarra piccola e corta, e strimpella ai passanti dai gradini di una chiesa del centro storico. Non è giovane e non è vecchio, e colora il mondo di note viola, melanconiche e allegre. Come lui. O come la sua storia. La gente passa rapida, mentre una ragazza con grembiule e cuffietta gli porta un tè caldo, accussì nun te muore ‘e friddo.

I Visitors e l’inibitore di pompa protonica

Farmacia-Visitors

C’è una farmacia, su via Toledo, in mano ai Visitors. Sono tutti bellini bellini bellini, magri, occhi azzurri, di bell’aspetto. Anche di più, diciamo, essi sono piuttosto sexy: c’è la mora ai belletti col naso affilato e due occhi ai raggi X; c’è anche la bionda (i Visitors sono astuti, si replicano per tutti i gusti), ai farmaci, dall’aspetto morigerato e i capelli carrè; infine c’è lui, il farmacista, un Clark Kent efebico e bassino.
Sono fatti benissimo, cuciti a mano e curati in tutti i dettagli, non ti accorgi che non sono umani. Un difetto, a cercarlo, è che sono troppo perfetti.

Prendiamo il Clark Kent de noantri, per esempio. Entro, nemmeno il tempo di avvicinarmi e mi accoglie con un sorriso. (Che vuoi, perché sorridi?, non mi piaci). Chiedo un gastroprotettore, perché dovrei prendere una pillola ad alto potenziale di scavo, utilizzata in tempi recenti in Puglia per i saggi sulla TAP. Esso non partecipa al mio prossimo dolore, anzi, sorride. E mentre sorride mi elenca tre tipi di gastroprotettori che potrei assumere, non capendo di essersi tradito: si sa, gli umani maschi non sono multitasking. Sia quel che sia, dice che potrei prendere un gastroprotettore che dà una prima mano di gesso sulle pareti dello stomaco e poi una seconda mano di pittura gastrorepellente, e mentre spiega mi porge il pantone dei colori tra cui scegliere (ancora multitasking, il fessacchiotto!): rosso sangue rappreso, rosso fiotto arterioso, blu noblesse oblige. Il secondo gastroprotettore, invece, usa la collaudata tecnica “terra dei fuochi”: seppellisce i postumi della vigilia, di Natale e Santo Stefano sotto una colata di cemento armato spessa 50cm a prova di bomba. Il terzo, conclude, inibisce la pompa protonica.

L’informazione cala sotto un silenzio glaciale. L’infame sorride. Mi vuole inibire la pompa protonica e sorride. Non sa con chi ha a che fare, a me la pompa protonica non la inibisce nessuno. Perché io sono un duro (e anche perché non so assolutamente cosa e dove sia, certo). Ma sempre una pompa è, e nessun dannato Visitors me la può inibire. Non lo consento nemmeno a mia madre, che il Signore la sopporti e abbia in gloria.

Il Visitors continua a sorridere e sorrido anch’io. Mentre mi giro verso la mia collega Ermione e le faccio l’occhiolino. Mentre scarto di lato e tiro fuori dalla cartella il tagliacarte d’ordinanza. Mentre lo piazzo nella pancia del Visitors che si toglie gli occhiali e urla un comando alle due farmaciste che ci bersagliano a colpi di ombretti, pennelli da trucco, flaconi giganti di Gaviscon. Uso la cartella come scudo e mi avvino alla mora, attento a non farmi tagliare dal naso affilato che mena fendenti degni di Valentina Pezzali. Ermione, nel frattempo, bersaglia con foga il farmacista con le ultime novità sui coniugi Ferragnez tratte da Instagram. Esso vacilla, sul quarto pianeta della stella Sirio quando sentono la parola Influencer si mettono il termometro, non i tappi nelle orecchie. La mora riesce a infilzarmi il naso nel braccio destro e fa un male cane, mentre la bionda si toglie il tupè e ce lo lancia addosso. Vedo arrivare i carrè acuminati e sento che stiamo per soccombere. Cosa pensavamo di fare, due bancari contro tre Visitors, vendergli una polizza unit linked?

Stringo la mano a Ermione che continua la sua lotta a colpi di gossip e attendo serenamente la fine, mentre lo sghignazzo metallico del farmacista Visitors spegne ogni residua resistenza. Non tanto serenamente, a dire il vero, il bruciore allo stomaco mi sta mangiando da dentro e mi toglie ogni aplomb. Anzi, supera ogni aplomb e sale dal profondo un uragano impetuoso che cerco di frenare ma, anche qui, ogni resistenza è inutile. Arriva inesorabile in tutta la sua potenza e il suo clangore, finalmente mi libero e piove. Piove sugli astanti, sui nostri vestimenti pesanti, e soprattutto sui Visitors che al contatto dei reflussi postnatalizi si sfaldano e rivelano le loro carcasse salmastre e arse.

Mi guardo intorno esterrefatto, Ermione mi sorride e nel silezio da fallout si sente solo lo sfrigolio dei Visitors abbattuti dai cenoni dei Natali passati: insalata di rinforzo 1 – Visitors 0. Pare di sentire anche l’urlo “The Champions, parapappappà!”, ma deve essere un’allucinazione.
Usciamo su via Toledo assorta nel quotidiano tramestio, nessuno si è accorto di nulla e forse è meglio così.
– Incredibile, sono arrivati i Visitors a Napoli – dico.
– Non è incredibile – dice Ermione – sono da sempre in mezzo a noi e ci osservano.
– Ma che ne sai, sono indistinguibili!
– Te ne accorgi dalle piccole cose, dagli impercettibili scarti dalla normalità.
– Come i napoletani juventini?
– Bravo, soprattutto quelli. Li osserviamo pure noi da anni.
– Li osservate? Ma chi siete, i Men in Black?
– Che dici, scemotto, quello è solo un film. Ma ora voglio la tua attenzione per un attimo e che guardi questo faretto rosso…

Ho gabbato Dolce & Gabbana

No, non ho indossato a sbafo uno dei loro modelli o sequestrato una delle loro modelle a scopo, diciamo, didattico. Ma alle ore 9 di giovedì mattina ho violato la sicurezza di San Gregorio Armeno.
Oh, nulla di speciale o premeditato contro la kermesse di Dolce & Gabbana, solo un corno da acquistare. Si sa, per funzionare davvero il portafortuna va regalato, e con questa idea in testa, e con una collega, ci avviamo fiduciosi per San Biagio dei librai. Svoltiamo poi a sinistra per San Gregorio Armeno, dove troviamo una barriera e alcuni addetti in polo e pantaloni neri. O meglio, li trovo da solo ché la collega parla al telefono da venti minuti. Mi avvicino al signore che mi informa del blocco, ed io da buon napoletano – in realtà so poco dell’arte di arrangiarsi, ma quel poco ogni tanto funziona – minimizzo dicendo che dobbiamo regalare un corno a una persona che ne ha davvero bisogno. Ora, io non so cosa sia passato nella testa del signore: se sia prevalso lo stupore per la faccia tosta, la meraviglia di trovare un signore in gessato blu (ma senza cravatta) che alle nove del mattino perora una causa persa oppure la comprensione del dolore, fatto sta che chiama un capo e spiega il tutto. Il capo ascolta, muove il capo su e giù, ci guarda. Poi ci guarda, muove il capo su e giù e ascolta. Infine, pronuncia le fatidiche parole: “Non si potrebbe, ma vi accompagno io” e apre la barriera.
Facile. Facile oltre ogni dire, per la miseria. E invece no, perché la mia collega, sempre attaccata al telefono, chiede ad alta voce il perché del blocco ma non sente tutta la risposta – perché sempre, costantemente, incredibilmente incollata al telefono – e passa urlando che a lei Dolce & Gabbana non piacciono, ma com’è possibile bloccare una strada eccetera eccetera eccetera.
Arriviamo comunque al negozio scortati e circondati dagli sguardi curiosi dei commercianti e degli addetti ai lavori: e chiste chi so’? hanno ‘a essere doie vips! eh, chella ‘a saccio, è ‘a nipote ‘e Sofia Lorèn, ma isso? e chi ‘o sape, adda essere ‘o gorilla!
E nient’altro, abbiamo comprato il corno e amabilmente chiacchierato con il titolare del negozio. Il quale ci ha tranquillamente detto che per i tre giorni di chiusura non avrebbero avuto nulla in cambio, a parte la promessa che per la sfilata sarebbero arrivate cinquecento persone presumibilmente acquirenti generose. Lunedì torno (la mia collega ha dimenticato la giacca, tra un corno e una telefonata) e vi faccio sapere se la scommessa – questa scommessa – è stata vinta. Ma l’altra? Era giusto bloccare intere zone della città? Era giusto perdere 37.000 euro di Cosap?

La polemica impazza e i toni sono, come sempre, da stadio: c’è chi urla: cafoni! e chi osanna le loro creazioni, chi grida al sequestro e chi vede nell’evento un modo – l’unico, a sentir loro – per portare Napoli alla ribalta internazionale, anche se in molti poi lamentano che non ne parla nessuno. C’è pure qualcuno che ha organizzato una controsfilata.
Io credo (so che non me lo hai chiesto, caro lettore, ma se sei arrivato fin qua il pippone finale non potrai evitarlo), innanzitutto, che siano Napoli e la sua storia millenaria a dare lustro a chicchessia, e non il contrario.
Inoltre, non ho difficoltà a pensare di poter chiudere la circolazione a fronte di un vantaggio maggiore per la società. Ma vorrei vederlo, e non solo nelle chiacchiere da internet. Vorrei contare i danari che in ragione di tasse entrano nelle tasche del Comune per ogni maxievento realizzato in città. Perché di questo si parla, ché a me che qualcuno si arricchisca in nero cala poco. Poi, certo, nel lungo termine avranno i loro effetti. Ma questo lungo termine è una guida fallace per gli affari correnti: nel lungo termine siamo tutti morti, come ebbe a dire un economista direi abbastanza affine a chi questi eventi li agogna e permette.

Aggiornamento (9/7): oggi siamo tornati per riprendere la giacca e comprare un cornetto per un’altra amica “bisognosa”. Che dire, c’erano ancora i coriandoli dorati sulla strada e gli artigiani erano contenti, è piaciuta la festa e l’eco che ne avranno. Purtroppo, pare, i cinquecento ospiti non hanno speso granché. Forse pure meno di granché, ma forse torneranno quando ci sarà meno ressa e guarderanno le bancarelle con più calma, magari evitando natali e maxieventi.

Circumvesumanità, appunti

Circumvesuviana

Quarant’anni con la faccia a cinese, occhiaie profonde, capelli brizzolati tenuti alti da un paio di Lozza color rame brunito. Camicia hawaiana a fiori grandi rosa sotto un giubbino in pelle nera con zip bianche. Anche i pantaloni inneggiano al bianco, pallido, così come le scarpe da ginnastica alte e demodé. La pesante catena al collo a doppio giro con anellone non gli pesa sul collo dritto, né la borchia alla old West, enorme, sulla cintura marron. È seduto, tra le gambe una busta gialla da boutique, la mano a reggere un mento pensoso, quasi a grattare i pensieri che affiorano dalla barba aspra della sera. Dalla busta caccia un plico di fogli A4 spillati, un copione? È attore o regista? No, scrittore. Prende appunti, anche lui come me, e forse proprio su di me. Mi fermo improvvisamente, ho un cannocchiale puntato sulla mia galassia e faccio ciao ciao con la manina. Poi torno a leggere gli altri viaggiatori della sera.

Favorite!

Non si tratta solo di cibo. Non si tratta solo di cultura. Quando a Napoli si apparecchia una tavola si mette sempre in conto di avere un ospite, un amico, un estraneo a cui dire: favorite! Che significa: mangia con me, dividiamoci un pezzo di pane, stiamo insieme per pochi minuti ma stiamo insieme.
Con Napoli a tavola in cento parole tentiamo proprio di venire da ognuno di voi e dire: favorite. Io parlerò, in rima, di cotiche e fagioli. Leggete i racconti, le poesie, ammirate le ricette. State a tavola con noi, insieme non invecchieremo mai.

E da voi, come si dice?

https://goo.gl/cE3khU

Un bel tacer non fu mai detto

 photo blah blah blah.jpg
Opera di Mel Bochner (http://www.rxart.net/artists/mel–bochner)

“Il ladrocinio è un elemento costitutivo dei politici. Esiste una politica virtuosa e onesta, ma accanto c’è una politica ladra che convive con quella perbene.
E sì, la chiacchiera facile è un elemento costitutivo dei magistrati. Esiste una magistratura virtuosa e onesta, ma accanto c’è una magistratura vaniloquente che convive con quella perbene.
Se non guardiamo in faccia questa realtà, se proseguiamo con i negazionismi, non possiamo approntare interventi strutturali per combattere i politici ladri e i magistrati che parlano a schiovere(*)”.

Cos’è, vi suonano strane queste parole? Vi sembrano – sentitevi liberi, non girateci intorno – un’emerita cazzata?

Cambiate ladrocinio e chiacchiera facile con camorra, e politici o magistrati con società napoletana, apprezzerete meglio cos’ha detto questo signore qua (link).

(*) a vuoto (NdT)

Napoli si racconta

Raccontare Napoli. Un’impresa titanica, da far tremare le ginocchia, la mascella e gli accessori tutti. Poi che c’entro io che sono cafone di provincia e mi sono inventato un quartiere.
Raccontare Napoli. Una cosa facile, due parole su mandolini, pizza fritta e putipù, e te la cavi. Una mezza parola sulla camorra e soprattutto tante risate. Ma chi ci crede?
Raccontare Napoli. La città che brucia, ogni giorno un falò di monnezza e vanità. Un mito che si ricrea ogni giorno dalle sue ceneri, la bella addormentata scippata sull’R2. Ma pure canto, teatro e letteratura nuovi, sguardi critici e mai banali.
Raccontare Napoli e amare Napoli odiandola ogni giorno, maledicendo il pressappochismo, il vulimmece bene, lo sgambetto quotidiano, il fatte ‘e cazze tuoie, tutte quante avimma campà.
Raccontare Napoli e desiderare la normalità, uno scambio culturale con Berna senza passare per Chiasso e soprattutto per Casino.
Raccontare Napoli, e meno male che c’erano Pino Imperatore e Antonio Menna a tenere alta la bandiera, troppo occupato io a fare ciao ciao con la manina.
Raccontare Napoli a Francavilla al mare, una cittadina deliziosa che ci ha accolti con un affetto d’altri tempi, quando si andava più piano e l’ospite non puzzava dopo tre minuti. Con un sindaco davvero in bicicletta, un ex consigliere regionale che ti stringe la mano senza il classico “lei non sa chi sono io” e per saperlo abbiamo dovuto scomodare il Mossad (abbiamo provato con i servizi segreti italiani ma la Sip ha risposto: “L’utente chiamato ha cambiato acronimo…”). Con persone vere e sorridenti. Una Libreria Mondadori Francavilla deliziosa. Un lungomare infestato dalle biciclette e un tramonto all’incontrario.
Raccontare Napoli grazie a Marco Proietti Mancini che ha dimostrato una volta ancora la bellezza dell’integrità (che avevate capito…) e Carla Porcaro, amica nuova e garibaldina, che hanno organizzato, dal niente, un magnifico omaggio a una città che non ha ancora imparato ad essere, responsabilmente, ‘O paese d’ ‘o sole.

Di’, com’è fatta questa città, come si governa?

No Globes di Dorothy
“No Globes” è un’opera d’arte di Dorothy
http://www.wearedorothy.com/shop/no-globes

È fatta male, questa città. È fatta storta. È fatta di blocchi squadrati di tufo, è fatta di scarti. È fatta di sudore rappreso al sole d’estate. È fatta di sorrisi scugnizzi. È fatta di pianti. Dei nonni emigrati, dei padri scappati, delle donne sul ciglio della vita, lo sguardo fermo a un ricordo di bimba e la mano a donare un istante di felicità.

Come si governa? Non si governa, questa città. Non si imbriglia, non si guida. Né si lascia guidare, altezzosa e fiera com’è. Belva di un tempo che fu, chiatta del bello dei giorni vecchi vissuti scamazzando gente che non protesta, non urla più.

Non si governa, questa città. Sapessi in quanti ci hanno provato. Duci, sindaci, prefetti, in tanti hanno osato e fallito, latrato e guaito, cani al laccio del padrone che ingrassa, impantanati nella melassa delle parole fuse nell’odio di classe, parole smargiasse nate già vuote, aborti della politica della pezza e del sapone, la pezza al popolino e il sapone già svenduto al primo che arriva, mangia, rutta e se ne va. Continua a leggere