Potrei vedere il mare

Certo, potrei vedere il mare. Ma da questo mio balcone vedo cirri, sbuffi e cumuli nembi, una luce che si accheta e indora, una luna che spicchia.
Viluppi di geometrie piane e donne ferrigne, gatti selvatici e soprattutto uccelli, scuri, piccoli, frettilli. Anche pipistrelli, a scorgerli tra l’oro che va e il blu che viene, pipistrelli che stridono un valzer del ritorno, um-za-za um-za-za um-za-za um-za-za.
Voci affacciate, voci nascoste, voci a contare fatti e vite. E panni spasi, mollette cadute, poche bandiere stanche e la vita che scartavetra e poi smussa e nenia.
Certo, potrei vedere il mare.

Una lieve increspatura

Un giorno mi dicesti che non ti piaceva il mare di pomeriggio. Lo trovai strano, a me il mare di pomeriggio piaceva tantissimo. Ricordo che mi dispiacque un po’. Un dispiacere leggero, una lieve increspatura nel tessuto delle nostre parole, ma ieri, forse, ho capito perché.
Il mare di pomeriggio sapeva di sole tiepido e luce d’arancia, di chiacchiere e di vento. Aveva il rumore forte della risacca che s’incrociava coi cuori nostri impazziti a correre dietro a un amore estivo o a guardare l’azzurro che piano piano cresceva nel blu, mentre crescevamo anche noi cullati da quella brezza dolce e impetuosa. Eravamo semplicemente noi, il mare di pomeriggio, noi che ci preparavamo alla sera della vita e che per ventura, o per fortuna, alla notte non ci preparammo mai.
Ieri ho visto che l’acqua del mare di pomeriggio è torbida, per questo non ti piaceva, colpa dei raggi del sole che non entrano dritti ma la carezzano solo di lato, e forse è per questo che ci piaceva il mare di pomeriggio, a noi che forse volevamo solo tenere dentro il più possibile la dolcezza del mondo, a noi che un giorno avremmo indossato occhiali per continuare a vedere quello che da ragazzi nascondevamo dietro la nostra sfacciata, prepotente e presuntuosissima gioventù.