Una lieve increspatura

Un giorno mi dicesti che non ti piaceva il mare di pomeriggio. Lo trovai strano, a me il mare di pomeriggio piaceva tantissimo. Ricordo che mi dispiacque un po’. Un dispiacere leggero, una lieve increspatura nel tessuto delle nostre parole, ma ieri, forse, ho capito perché.
Il mare di pomeriggio sapeva di sole tiepido e luce d’arancia, di chiacchiere e di vento. Aveva il rumore forte della risacca che s’incrociava coi cuori nostri impazziti a correre dietro a un amore estivo o a guardare l’azzurro che piano piano cresceva nel blu, mentre crescevamo anche noi cullati da quella brezza dolce e impetuosa. Eravamo semplicemente noi, il mare di pomeriggio, noi che ci preparavamo alla sera della vita e che per ventura, o per fortuna, alla notte non ci preparammo mai.
Ieri ho visto che l’acqua del mare di pomeriggio è torbida, per questo non ti piaceva, colpa dei raggi del sole che non entrano dritti ma la carezzano solo di lato, e forse è per questo che ci piaceva il mare di pomeriggio, a noi che forse volevamo solo tenere dentro il più possibile la dolcezza del mondo, a noi che un giorno avremmo indossato occhiali per continuare a vedere quello che da ragazzi nascondevamo dietro la nostra sfacciata, prepotente e presuntuosissima gioventù.

Bibbiano, la sfiga di chiamarsi onlus o cooperativa sociale

Non ho intenzione di scatenare flame e non mi interessa la polemica gratuita, né mi piace commentare a caldo le notizie di cronaca (se ne parla bene su valigiablu e sul Post), ma ho letto cose che voi umani potete benissimo immaginare. Quello che mi interessa è condividere un paio di riflessioni a freddo, o quantomeno dopo qualche giorno di digestione. In Italia esistono leggi e strumenti a tutela dei bambini. Possono essere migliorate, come tutte le cose umane, ma esistono. Tra queste, la possibilità di togliere temporaneamente un bambino alla famiglia di origine e affidarlo a persone che possano tutelarne la crescita, persone che spesso lavorano in cooperative sociali o associazioni. Che, posso dirlo per esperienza diretta, operano per garantire al bambino diritti e affetto, venendo poi spesso remunerate dopo mesi. Nel caso di enti particolarmente disastrati, questi mesi possono diventare anni. Tenetelo a mente: spesso, molto spesso, lavorano e vengono pagati dopo 12 mesi, ma pure 24 o 36, dipende. Non so voi, ma a me verrebbe da piangere. Sono soldi quasi sempre sicuri, è vero, ma io non saprei come sfamare i miei figli se facessi quel lavoro. In ogni caso, svolgono un lavoro delicato e di grande importanza per la società. (Parlo della normalità, le eccezioni sono, appunto, eccezioni e con quelle chiunque può avere ragione). Lavorano con bambini che non possono stare nelle famiglie di origine perché queste, per pochi mesi oppure tanti, non riescono a crescerli come la nostra società pensa che debbano crescere. Non perché sono poveri, come la narrazione corrente ci impone, ma perché non ce la fanno proprio (errori a parte, ovviamente, ma serve ripeterlo?). E non basta un assistente sociale per toglierli alla famiglia, ma molto di più (urgenze a parte). Ci sono famiglie orribili, le stesse di cui si parla solo grazie a qualche orribile fatto di cronaca, e non bastano le parole di una madre – seppure strazianti e spesso sincere, quasi sempre strumentalizzate – a crescere un bambino. Ricordiamocene, quando un bambino muore di mazzate, di come siamo portati a pensare che meglio di mamma e papà non c’è nessuno. Non è così. Ahimè, non è sempre così. Ficchiamocelo in testa. Per carità, le leggi possono essere migliorate, come pure le procedure di controllo. Per carità, i colpevoli di ogni abuso devono essere giudicati e puniti. Ma esiste un sistema che tutela migliaia di bambini e spesso ci riesce. Quantomeno a sfamarli, tenerli sani, mandarli a scuola. E spesso a educarli alla legge e al rispetto (se pensate sia scontato, non conoscete tanti bambini cresciuti nelle famiglie che vivono in ambienti criminali o vicini a questi ambienti). E questo sistema prevede che le strutture che li ospitano siano gestite da enti nonprofit, che significa che non lucrino sui soldi pubblici. Significa che si paghino gli stipendi agli operatori ma non un lucro a un investitore in capitali. Significa che lo Stato non vuole finanziare il lucro ma che ci sia il giusto guadagno per chi lavora. (Spesso dimentica di pagare in tempi celeri, ma vabbè). Non casco dal pero e so bene che ci sono casi in cui le associazioni e le cooperative sociali sono solo una maschera per imprenditori “capitalisti”, ma non è la maggioranza. E se lo fosse, non mi pare che questo sia il problema di cui si dibatte. Nella narrazione di questi giorni (ma viene da lontano) il male sono le cooperative sociali, le associazioni, tutti coloro che, insomma, strappano i bambini ai genitori e campano sulle spalle nostre. E a nulla vale ragionare che i bambini sono indirizzati da giudici e che questi soggetti non lucrano ma hanno diritto a una giusta retribuzione. No, loro sono il male. Così, semplicemente. E noi caschiamo come allocchi in questa stupida generalizzazione che vede chi non lucra un nemico nostro e dello Stato. Un tempo i comunisti puntavano il dito contro i capitalisti, e anche quella era una generalizzazione. Ci sono stati e ci sono capitalisti buoni e cattivi, lo sappiamo. Ma i comunisti non erano stupidi, avevano studiato. E avevano trovato il male nel capitale, nella sua formazione e nel suo “mantenimento” (sono pensieri veloci, lasciatemeli passare). Ecco, forse il problema è lì. Oggi non studiamo più, e forse non studiavamo pure allora. Ma chi ci governava sì, e gli oppositori pure. Ed erano classe dirigente.

(Sono pensieri in libertà, uno spunto per riflettere, prendeteli come tali e non scatenate l’inferno. Fa troppo caldo, quest’è).

Circumvesuviana, interno giorno

Circumvesuviana, interno giorno. Treno fermo a Ercolano al terzo binario, in attesa che il Campania Express per i turisti arrivi, sbarchi e ci sopravanzi. Fa caldo, nel treno fermo. Quando corre, il vento agita le molecole di sudore e le fa fesse, ma quand’è fermo è l’anticamera dell’inferno. Mi guardo intorno e vedo fantasmi sudati che ghignano infelici; tra un ghigno e un ululare di catene mi immagino nel vagone piombato di Cassandra Crossing, quindi mi alzo risoluto ed esco a prendere aria. Non l’avessi mai fatto: l’aria che ristagna più in alto del metro e settanta ha uno scarto termico di almeno tre gradi e fuori c’è Bafometto che vende ghiaccioli al Trinidad Moruga Scorpion, il peperoncino più piccante al mondo. Rientro sconfortato, mentre il Campania Express arriva e fa i suoi comodi. Decido di non sedermi sui sedili grigliati e resto in piedi, mentre una signora mi guarda. Sarà stato il caldo oppure il calo glicemico, ma non riesco a descrivervi lo sguardo. La mia coetanea mi guarda fisso per un tempo indefinito, non saprei se per la mia bellezza o per un collasso incipiente, anche se una paresi facciale mi pare l’ipotesi più probabile. Io resto fermo di sguincio, come se il fatto non sia il mio, attento a non incrociare quello sguardo di fuoco (fa troppo caldo, capisci a me).
La signora parla con un compagno di sedile e commenta, senza staccarmi gli occhi di dosso: “Io non capisco perché voi uomini dovete soffrire. Guarda a chillo co ‘e llente (che sarei io), ma nun se more ‘e cavero? Cu chella giacca, po’… ca sicondo me è pure pesante…“.
Ecco, mi mancava solo il pubblico ludibrio per finire in gloria la giornata. Me ne torno a casa con la coda tra le gambe (il che aumenta in maniera proporzionale la temperatura corporea nelle parti basse) e penso con nostalgia ai tempi in cui tutti gli uomini indossavano la giacca e tutte le donne li perculavano sottovoce, con quel rispetto di facciata che era solo – finalmente l’abbiamo capito – attenzione a che non ci facessimo troppo male.

Qui è il comandate Esposito che vi parla

Qui è il comandate Esposito che vi parla. Siamo partiti in orario da Poggiomarino, abbiamo eluso i controlli per cui il treno risulta soppresso, stiamo sorvolando Barra e arriveremo a Napoli Porta Nolana in tempo per il ritardo previsto. La musica che vi sta schiattando le recchie è gentilmente offerta dal mio cellulare e dal microfono distrattamente lasciato aperto.
Enjoy your trip, travel Circumvesuviana!

Sul confine occidentale

Sul confine occidentale della casa c’è un balcone stretto e lungo che respira il mare. Non siamo così vicini al mare, no, ma certe sere sono ammaliate da un vento dolce che porta il suo profumo e lo sferragliare del treno. Sono sere d’estate, soprattutto, languide e un po’ spampanate, in cui il balcone stretto e lungo si fa largo per noi, stanco di stendini e panni stesi.

In queste sere apriamo un tavolo, stretto e lungo anche lui, e lo mettiamo di traverso. Poi quattro sedie, tovagliette, piatti bicchieri e posate. Ceniamo all’aria aperta, godendo del fresco e stupendoci di essere soli.
Dal nostro balcone stretto e lungo c’è una vista tipo La finestra sul cortile, con balconi tutt’intorno.

Terrazze, finestre, affacci di ogni tipo, ma nessuno mangia fuori. Non so se i vicini abbiano tutti l’aria condizionata o siano Visitors in missione per conto di Zio Lucertola, ma noi sembriamo gli ultimi passeggeri del Titanic che brindano in un immenso salone vuoto dalla forma, indovinate?, stretta e lunga. Ceniamo tranquilli, senza fronzoli né televisore, e ci divertiamo lo stesso. Di solito, però, non è così, spesso ceniamo mentre in tivvù programmiamo una serie televisiva, ma fuori, in queste sere d’estate, sul balcone stretto e lungo il televisore non c’entra, e non ce lo vogliamo nemmeno.
E non è che ci sentiamo più famiglia, no. Quello che voglio dire è che lo siamo sempre, anche quando ridiamo insieme alle battute di Joey Tribbiani o Barney Stinson, quando magari abbiamo a pranzo gli amici dei ragazzi e ridiamo solo noi. Forse è da maleducati, magari dovremmo in quel caso spegnere la tivvù e parlare, ma è in quei momenti che sento che abbiamo trasmesso ai ragazzi un sense of humour nostro, un’autoironia salvifica, una spinta leggera ad attraversare la vita senza macigni sul cuore. Probabilmente abbiamo costruito più trame condividendo sorrisi che parole, o forse no. Certo è che qui fuori, sul nostro balcone stretto e lungo, certe sere si sta da dio. Che sono sicuro abbia un gran senso dell’umorismo, altrimenti sai quante diluvi e bombe d’acqua.

La calla

CallaDi prima mattina.

Medioanziano Avventore: Bella questa pianta, come si chiama?
Anziana Fioraia: Chesta? È ‘a calla!
MA: La prendo.
AF: M’arraccumanno, nun l’annaffiate ogne juorno!
MA: Ogni due giorni, allora?
AF: No.
MA: Una volta alla settimana?
AF: No – stringe il pugno -, t’ ‘o chier’essa… (*)

MA sta ancora cercando di capire come glielo chiederà, ma è la festa della mamma, va bene così.

(*) te lo chiede lei (torrese)

Note strimpellate

Ha una maglietta viola e la fronte alta a reggere i corti capelli brizzolati. Imbraccia una chitarra piccola e corta, e strimpella ai passanti dai gradini di una chiesa del centro storico. Non è giovane e non è vecchio, e colora il mondo di note viola, melanconiche e allegre. Come lui. O come la sua storia. La gente passa rapida, mentre una ragazza con grembiule e cuffietta gli porta un tè caldo, accussì nun te muore ‘e friddo.

Giallo signorile

Un'altra avventura di Sardonico Giuseppe
Un’altra avventura di Sardonico Giuseppe

Voi non sapete cosa significhi girare di notte per le strade buie. Avanzare piano, ascoltare i propri passi, girarsi di scatto per sgamare l’ombra sgusciante, quella che calza le scarpe nostre e ci segue da quando abbiamo lasciato la luce un metro fa. Ma non è colpa vostra. Prima, non lo sapevo nemmeno io. Mi han detto: «Non preoccuparti. Tu gira, passeggia, fa’ quello che vuoi ma fatti vedere». E io mi sto facendo vedere. Cammino al centro della strada, toh! Vi chiedo scusa, non ci siamo presentati. Sono un agente di polizia locale, Sardonico Giuseppe, per servirvi.

Peppe ‘o cammeo è in trasferta a Milano. E per aiutare una donzella rischierà la vita. Come al solito, né più né meno. È il suo destino, anche se lui non è mica tanto d’accordo.

(Anche quest’anno festeggiamo la Giornata mondiale del libro
#23APRILE con un racconto ambientato in uno degli hotel associati a Golden Book Hotels. Per leggerlo basta cliccare sull’immagine sopra oppure qui).

Lo spazzolino vegano val bene una messa?

Da qualche tempo, la nostra azienda (*) ci sta sensibilizzando alla raccolta differenziata. Le lettere di licenziamento e sospensione, infatti, per incentivare un uso etico e responsabile del nostro pianeta, vengono inviate su carta riciclata. Ma si può e si deve fare di più, come sempre, e in ufficio una collega è stata nominata SCARDA, Supervisore Complessivo e Analitico Raccolta Differenziata Apriori.

Noi tutti rispettiamo la SCARDA perché ci dice cosa dobbiamo fare per salvaguardare il pianeta e perché ci mettiamo un poco paura. E anche perché ci dice cosa fare per salvaguardarci lo stipendio e il posto di lavoro, visto che l’hanno dotata di poteri paragonabili a quelli di Capitan Juncker. Può, infatti, elevare multe per ogni rifiuto da noi indirizzato al cestino sbagliato, e addirittura sospenderci per ogni rifiuto a collaborare. Capirete quindi come ci siamo attrezzati per un riciclaggio ottimale: carta alla carta, plastica alla plastica, cenere alla cenere.  

Anche se, devo dirlo, lavorando in una banca siamo in perenne conflitto con tutta la normativa antiriciclaggio: se un riciclatore di denaro sporco vuole aprire un conto, come ci dobbiamo comportare? Gettare nel cestino della carta la modulistica di apertura del conto o utilizzare la carta riciclata per denunciarlo alla Pubblica Sicurezza? E la saliva con la quale vorremmo comunicare il nostro disappunto per il suo stile di vita dove la mettiamo, nell’umido? Son domande.

Però, alla fine, dopo un periodo di adattamento dove il mio stipendio è calato del 90% e ho potuto  nutrire le mie creature solo a pane e acqua (disdicevole conseguenza della nuova normativa ma almeno facili da riciclare), oggi ho raggiunto un elevato grado di riciclaggio. Anzi, di riciclo, come mi invita a definire la nostra azione di salvaguardia del pianeta la nuova normativa CLAP CLAP?, Cambiare Le Assurde Parole Cambia Le Azioni Prodotte?

Mi sono specializzato: oltre alle minime attività come staccare la plastica dalla carta dalle buste postali o le etichette dalle bottiglie di vino, ho imparato a mettere a bagno i giornali affinché l’inchiostro si stacchi dalla carta o detergere fino in fondo le bottiglie dei detergenti, anche se per farlo spreco impiego una tale quantità di acqua da poter irrigare il Sahara e dintorni.

Ma ho imparato a fare di più, ho acquistato uno spazzolino vegano! No, non è uno spazzolino che ti piglia a male parole e si rifiuta di lavarti i denti dopo aver mangiato una bistecca alla fiorentina, ma un semplice ed efficace spazzolino in bambù con le setole in carbone attivo. Semplice, ecologico, originale.

Come ti asciugo lo spazzolino vegano

Peccato che dopo averlo usato abbia cominciato a dare segni di muffa sul manico, anche se è stata colpa mia perché non ho seguito le istruzioni: asciugare lo spazzolino sistemandolo in orizzontale su un bicchiere e le setole rivolte verso il basso. Allora ho provato a farlo e ho sistemato quattro bicchieri sul lavandino e quindi gli spazzolini sopra, e devo dire che il sistema ha funzionato, la muffa non c’è più. Per la verità non ci sono nemmeno più i bicchieri, visto che la signora che dà una mano in casa ha fatto filotto con caparbia e meticolosa precisione.

Capirete che era una storia che non poteva andare avanti con quello che costano i bicchieri e lo stipendio ridotto al 10% . Allora mi è venuta un’idea geniale che ho messo in atto proprio stamattina: ho comprato un manuale di autoproduzione  e ho preparato un dentifricio a base di argilla, bicarbonato di sodio, olio essenziale di menta piperita, timo e salvia secchi tritati, e l’ho applicato con generosità sui denti con una cazzuola in ferro riciclata da mio nonno buonanima. E finalmente ho trovato la pace. Niente più plastica, niente spazzolini vegani, niente più multe!

Devo solo capire come riuscire ad aprire la bocca, visto che il dentifricio autoprodotto sembra essere più efficace della Sichozell e più veloce del cemento a presa rapida, ma è un dettaglio.

Ah, se quando ci incontreremo dovessi salutarvi solo con la manina non prendetevela, salvare il mondo val bene una messa. E per fortuna non riesco a parlare, altrimenti sarei costretto a dirvi dove.

(*) non sto parlando proprio della mia azienda; cioè, anche nella mia si usa carta riciclata, ma ci siamo capiti