È un periodo che se ne va via (ovvero Gianni Togni e L’occhio del purgatorio)

Perché, da qualche giorno, mi ronza in testa Ma per Dio di Gianni Togni? Il mio subconscio cerca di dirmi qualcosa oppure è la gastrointestinale che gira?
Più probabilmente la seconda, visto gli attacchi determinati e concentrici a cui sono stato sottoposto nelle ultime settimane. Eppure.

Eppure sono andato su youtube e sono andato a riascoltarla, questa benedetta canzone, e in breve è diventata necessaria come il caffè per cominciare la giornata. A dire il vero, io non ho mai amato Gianni Togni. Però faceva parte dello sfondo sonoro degli anni belli, quando canticchiavi pure Baglioni e subito dopo urlavi a squarciagola una qualunque degli Inti Illimani per darti un tono. Oppure L’avvelenata di Francesco Guccini, giusto per contrapporre questa gloria da stronzi a quella sua maglietta fina.

ma io questi anni non li capisco
vivo come mi e’ possibile
non so piu’ cosa e’ giusto

In realtà, il problema è quello: io questi anni non li capisco. Non mi ci trovo nell’eccellenza delle multinazionali o nel pauperismo d’accatto degli artigiani evasori. Nel raccattare clienti e poi non servirli. Nei padroni, eclissati. Nei sindacati, capri espiatori, ché se la Rossana scappa son stati loro a non acchiapparla in tempo. Nella stampa supina, nella politica tànguera con triplo casqué. Meno male che c’è la Lega, che col suo odore di buona vecchia merda rende la vita ancora sopportabile.

Il fatto è, però, che Gianni Togni l’aveva capito più di trent’anni fa:

ho mille sogni in un cassetto
non lo apro più

È vero, con quei capelli alla Nino D’angelo Gianni Togni non si poteva guardare. Né si poteva sentire senza poi esserti confessato e recitato tre Shine On You Crazy Diamond dei Pink Floyd. Però ci aveva visto giusto, in quegli anni che cominciavano a chiamarsi ’80. Non per niente, a cantare alla luna – quando, dopo il falò, tutti se ne vanno a braccetto tra le lenzuola – restano solo i cani e i poeti.

Ma noi non gli credemmo, e non perché idioti – non totalmente idioti, diciamo – ma perché eravamo giovani. Fiduciosi. Forti. La vita non poteva che sorriderci, e nemmeno il combinato disposto di Ronald Reagan e Margaret Thatcher avrebbe potuto dissuaderci.

Keep, keep laughing that mum is cooking gnocchi!

In realtà, stavamo riproponendo l’eterno dibattito sui bei tempi di una volta, quello che i vecchi cercano sempre di mettere a tavola e i giovani scappano perché, semplicemente, non lo capiscono. Perché i giovani dovrebbero rimpiangere la gioventù degli altri? Perché, diciamocelo, quando i mulini erano sporchi e ci si ammazzava di fatica erano bei tempi solo per chi era giovane. I vecchi si lamentavano anche allora, e i loro nonni prima di allora.

Confortato dalla banalità di questa mia riflessione, m’è poi tornato in mente L’occhio del purgatorio, un romanzo breve di Jacques Spitz che lessi proprio qualche anno dopo. Qualcuno pensa che sia uno dei 100 migliori libri di fantascienza, e a naso direi che ci sta. Almeno perché a distanza di anni ricordo ancora la trama: un pittore in crisi incontra uno scienziato che, a insaputa del protagonista, gli infetta gli occhi con bacilli che – a similitudine di alcuni animali, a detta dello scienziato – gli permetteranno di vedere un po’ più avanti degli altri uomini. In pratica, questi bacilli gli fanno vedere il futuro. Il problema è che questa capacità cresce in maniera progressiva, e il pittore vedrà sempre più avanti fino a incrociare scheletri per strada che lo salutano e gli chiedono come va la vita. [ATTENZIONE, SPOILER!] Che continua imperterrita e dolorosa fino alla visione finale di un universo alla fine dei tempi. [FINE SPOILER]
(Per leggere basta evidenziare. L’avevate capito, sì?)

E quindi questo deve essere il problema: noi già abbiamo dei bacilli che da giovani tingono il mondo di ottimismo e poi, col tempo, perdono forza ed efficacia. Non che da giovani non si possa essere preda di depressioni, anzi, ma si tratta per lo più di depressioni del sé (non credo che questa espressione, inventata or ora dal sottoscritto, abbia una qualche valenza scientifica, ma ci siamo capiti) che però non cambiano il contesto: dove i vecchi vedono sciagure, i giovani vedono possibilità. E dove i vecchi vedono una signorina svergognata, i giovani vedono una preda a cui zompare addosso. Vabbè, pure i vecchi le vorrebbero zompare addosso, che c’entra.
Ma non tutti i giovani sono uguali. Non tutti i giovani sono giovani come gli altri. Ci sono gli artisti, che con i loro bacilli invecchiati vedono oltre, vedono un po’ più in là. Sono quelli che ci indicano la strada, quelli che masticano un po’ di futuro e ce lo servono in forma di quadro, di canzone, di poesia. Sì, è vero, anche gli artisti vorrebbero zompare alla signorina svergognata, ma quanto siete pignoli!

E Gianni Togni era un artista vero. Uno che capiva i tempi in cui viveva e ne indicava lo sfacelo. Uno che cantava

se è una commedia allora avanti un’altra scena
per noi non c’è problema

e noi lo perculavamo storpiando: avanti un’altra scema, pensando sempre alle signorine svergognate che non ci filavano neanche di striscio e invece gli artisti sì.

Nemmeno, infine, ci consolava il bel bicchiere di vino che Gianni Togni  consigliava a manetta come lenimento a ogni sofferenza, neanche fosse penicillina. Perché forse non eravamo abituati, o forse non abbiamo ancora trovato chi lo prescrive. Ma non disperiamo. Non ancora, almeno. Qualche neurone giovane combatte ancora, che cosa credete.

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