A las cinco de la mañana

 photo Luomo in frac_Remo Parise_1980.jpg
Remo Parise – L’uomo in frack – olio su tela 50×70 — 1980

Non c’è nulla di nobile, o di straordinario, nel passeggiare alle cinque del mattino. E nemmeno di bello. Anzi, spesso ha a che fare con la sostanza stessa della vita, quella fatta di sangue e merda, per intenderci. Trovi uno scopatore che ti offre un buongiorno severo, perché è così che si fa quando si incontra un uomo nel nulla. Fossimo stati in ascensore avremmo guardato la tabella del numero max di persone, ma per strada no. Per strada ti guardi negli occhi e capisci: io conosco lui per quello che fa, a lui basta uno sguardo per capire che sto facendo io. Null’altro. Solo cartacce intorno, e bottiglie vuote, e un mulinello di vento a sparigliare. Un’auto accesa che aspetta una signora, più varie ed eventuali che corrono verso l’autostrada a cercare un perché. Poi ci sono due alieni in bicicletta fermi all’incrocio, con casco e tuta di Desigual o di un altro spacciatore di colori. Parlottano di prostata e sesso della mezza età, e io vorrei fermarmi, lì con loro, fermarmi un minuto per evitare quel che devo e magari sfogarmi anch’io, ma scappo per non farmi contagiare. E poi preferisco il nero. A destra c’è un’auto in seconda fila e un attacchino che spalma colla sul muro della scuola. Sorrido al ricordo dell’unico attacchino di un tempo, un omino magrissimo e dai baffi sottili che tutti chiamavamo Manifesto. L’ultima volta lo vidi in una camera d’ospedale insieme a mio nonno, era il 1985. Un secolo, praticamente. Un’era geologica senza telefonini e ancora poca tv. Ancora due passi e in un vicolo scorgo Enzo, il mio fruttivendolo, che con il figlio già scarica e sistema cassette. Non lo saluto, che potrei dirgli. Dovrei anche urlare, è sordo come una campana. No, non è il caso. E poi sono arrivato. Premo un campanello, e dopo un minuto una signora dormivegliente apre uno sportellino. Io consegno due fogli assieme a un biglietto da cinquanta; lei, di contro, una bustina con due pacchetti e il resto. Scambiamo solo due parole, il minimo indispensabile, manco dovessimo da lì a poco affrontare una giornata. Poi la campana ci ricorda che sì, da lì a poco parte davvero una giornata, e ci salutiamo. Io giro i tacchi (è un modo di dire, con queste scarpe in gomma che vuoi girare) e vado, lei chiude lo sportellino e torna sul materasso per terra, quello che ho intravisto prima e che ha sommato tristezza a tristezza. Manca mezz’ora alle sei. Mi metto a letto come sto, gli occhi chiusi a pensare, a condividere col cuore che tutto sommato va bene così. Che tutto sommato potrebbe andar meglio a Disneyland ma dovrei sopportare Topolino. Che in fondo in fondo c’è sempre il profumo di mare a Calata San Marco, e il sole che si affaccia dietro la Stazione marittima, a propormi un’altra giornata, a ricordarmi quel po’ di bellezza che ci tiene attaccati alla vita.
La vita è bella, amici miei. E buongiorno a tutti voi.

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