Di rena nera e Immobili ombre

Ieri è stato un pomeriggio speciale, a cominciare dal mezzo. Di locomozione.
Mi presento tomo tomo in garage e chiedo a un ragazzo mai visto della mia auto. Mi guarda sconcertato, evidentemente non mi conosce. Sono io – gli rispondo – il padrone di quella macchina. Mi guarda ancora più sconcertato, evidentemente non conosce la macchina. Che, oltretutto, non c’è.
Guardo dove dovrebbe essere la macchina, guardo lui. Poi guardo lui e dove dovrebbe essere la macchina, provando a materializzarla con la formidabile forza del mio pensiero. Ma la macchina continua a essere assente. O forse assente è il mio neurone, perché essa, la macchina, è dal meccanico. Da due giorni.
Dicevo però che il pomeriggio è stato speciale a cominciare dal mezzo, perché uscito dal garage scorgo in lontananza uno Scafati.
(Non sarà elegante, ma noi Torresi chiamiamo Scafati il pullman che porta i pendolari da Scafati  a Napoli e ritorno).
Ecco il mezzo, mi dico, che mi porterà a Torre Annunziata per la presentazione di Immobili Ombre, lo splendido romanzo di Rosaria Rizzo.


Non ringrazierò mai abbastanza Rosaria Rizzo per il suo romanzo e per averlo presentato da RenaNera, un lido che non conoscevo ma che mi ha subito accolto come un vecchio amico. Del libro, magnifico, magari parlerò un’altra volta, anche perché ne hanno parlato benissimo i relatori, ma qui voglio tirare il filo di un pensiero che non mi lascia da ieri.
Immobili Ombre parla, anche, di memoria e di come la memoria sia una radice viva e forte che può nutrire nuova vita o avvelenarla, dipende. Dipende dal tipo di memoria, certo, ma anche, e soprattutto, di come ci rapportiamo ad essa. Spesso la memoria si nasconde nelle profonde porosità dell’alveo del tempo e può restare sotto traccia per anni, immobile ombra della vita che fu.

Ma il tempo non è un flusso continuo di memorie, piuttosto è istantanee di memorie che ricomponiamo a distanza attribuendogli una direzione precisa, una continuità determinata e forte, una forza trascinante e irremovibile.
Come la forza di gravità, grazie alla quale costruiamo le clessidre che lo misurano, il tempo, in un circolo talmente vizioso che il nastro di Möbius, al confronto, è diritto come l’A14. E nelle clessidre mettiamo la sabbia bianca, fine, impalpabile, affinché non resti traccia alcuna del tempo fuorché il suo lento e inesorabile fluire. Sabbia bianca come quella del deserto su cui le direzioni delle carovane dei tuareg scompaiono prima ancora d’apparire; sabbia bianca come le spiagge del nord che si attacca addosso come polvere e non trattiene memoria di sé.
Life-sand-in-the-hourglassQuesto pensavo mentre ascoltavo la presentazione (non avevo bevuto, giuro), ma le Immobili ombre della memoria del romanzo e quelle della mia memoria bambina giocavano a rimpiattino sulla rena del lido, vulcanica, nera, e più si inseguivano più mi convincevo che la magia era lì, in quella sabbia di cristalli neri che mi ha cullato in gioventù, e che non poteva esserci scenario migliore per un romanzo che nella memoria e nella terra scava e si fa storia.
La rena nera bollente sotto il sole, quella che non osi frequentare senza ciabatte, quella che affronti a balzi tra un’ombra e un’altra; quella dove costa una fatica del diavolo segnare un’impronta ma se l’accoglie, l’impronta, è altrettanto difficile cancellarla; quella che solo se scavi in profondità ti abbraccia e cura.
Allora ho pensato, e finalmente l’altro capo del filo rosso è comparso, che se riempissimo le clessidre di rena nera allora, forse, il tempo non sarebbe una condanna ma un compagno di strada disposto a fermarsi, tornare indietro, recuperare la memoria degli istanti oscurati; un compagno che non ti lascia indietro e che invecchia con te sorridendo, con quelle rughe intorno alla bocca che sono la mappa di tutte le strade di questo pazzo mondo, pieno di vita e bello, bello da morire.

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