L’homo ualleris da operetta

Da homo sapiens a...

Oggi pomeriggio ho assistito alla presentazione di Immobili ombre, il primo romanzo di Rosaria Rizzo. Avete di sicuro idea di una presentazione: un libro, un tavolino, un moderatore, alcuni relatori e bravi attori. Uno spazio di tempo definito giocato sull’abilità paroliera degli ospiti. una manifestazione collaudata che procede su un binario conosciuto e sperimentato. Eppure, se una presentazione, una festa, una partecipazione può dare la misura dell’evento, una seppur minima traccia dell’autrice e dell’affetto dalla quale è circondata, embè, quella di oggi pomeriggio è stata LA presentazione. Belle parole, bella gente, bellissima atmosfera. La sensazione di aver partecipato a un momento memorabile c’è tutta. E sono sicuro che lo sarà pure il libro. Ma non volevo parlare di questo.

C’è che per la gioia mi sono attardato, felice di condividere le emozioni palpabili della festa, fin quando ho capito che da lì a poco il treno sarebbe partito. Allora mi sono avvicinato alla festeggiata, le ho lanciato un saluto frettoloso con la promessa che domani potrò scambiare qualche parola in più e magari farmi autografare il libro.

Fuga dal Mercadante, quindi, direzione “terminale della Vesuviana” su corso Garibaldi. Peccato che lungo il Rettifilo lentamente, ma progressivamente e inesorabilmente, la suola della mia scarpa sinistra abbia deciso di abbandonarmi e che la mia andatura, fiera e virile a piazza Bovio – da homo sapiens nel pieno dei suoi mezzi – pian piano si sia azzoppata e sciancata verso piazza Nicola Amore e si sia infine trascinata fino a Porta Nolana come un homo ualleris da operetta. Una trasformazione da dottor Jekyll a signor Hyde, per intenderci, un Keiser Soze che rientra nel personaggio di testimone umile e dimesso.

E insomma, mi trovo in treno con una suola nello zaino e un pensiero strano che mi ha accompagnato lungo tutta la penosa discesa agli inferi del Rettifilo, un pensiero dolce e struggente, una fitta buona di miele, l’idea che l’amore, gli affetti, le relazioni delle persone, gli abbracci, le intese di sguardi, il calore bello e il desiderio impaziente, il perpetuo ondeggiare tra attrazione e mortificazione, le strette di mano, le parole necessarie e tutte le sacre cerimonie che scandiscono la vita nostra di uomini piccoli piccoli, partano sempre in pompa magna e finiscano spesso con gli occhi bassi per ritrovare un filo, una via di salvezza, una strada che ci riporti al tempo che fu.

Poi magari apri lo zaino, ritrovi una suola che credevi perduta, la spalmi di colla e con le mani tremanti ci schiacci sopra la tomaia, stringi forte fino allo spasimo rosso, stringi da mancare il fiato, come a riporre in quel gesto un’aspettativa remota ma possibile. Spesso la colla non attacca: perché è vecchia, scaduta, oppure perché le dita sono stanche e sfiduciate. Ma a volte accade che la magia funzioni, che la scarpa torni a vita nuova, che il piede abbia sempre la stessa misura e che tu, proprio tu, incredulo tu, torni a camminare eretto e voglioso di donare gli stessi sguardi, gli stessi abbracci, la stessa vita a chi la vita ha smezzato con te.

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